Coop, un sistema da 35 miliardi

OSSERVATORIO
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Il mondo della cooperazione agroalimentare vale 35 miliardi di euro, un quarto dell’intero sistema alimentare italiano. Al suo interno operano 5.900 tra imprese e consorzi e 993 mila soci, che gesticono l’intera filiera, dal campo al mercato. Questa la fotografia che emerge dall’ultimo Rapporto dell’Osservatorio sulla Cooperazione agricola, istituito dal Mipaaf e composto dalle organizzazioni nazionali di rappresentanza del settore, Agci-Agrital, Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Unci e Unicoop. L’analisi si riferisce al 2011.

Rispetto all’ultima rilevazione, del 2008, tutti i principali indicatori economici appaiono positivi: in tre anni il fatturato complessivo è cresciuto del 2%, il numero di cooperative è aumentato dell’1,1% e persino l’occupazione, in un periodo in cui il settore ha perso l’1,7% dei lavoratori, fa segnare una modesta ascesa (+0,5%). Si tratta di statistiche, ha commentato il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini, «che confermano la vitalità e la solidità del modello cooperativo con la distintività di rappresentare quasi esclusivamente la materia prima conferita dai produttori». Il presidente di Legacoop Agroalimentare Giovanni Luppi, ha puntato il dito sulla doppia natura delle imprese, agricola e industriale, molto legate al territorio e sul fatto che i prodotti conferiti dai soci vengono pagati di più rispetto alla media.

Eppure non mancano elementi di destabilità e preoccupazione, primo fra tutti la distribuzione geografica del valore: le aree settentrionali rappresentano l’81% del fatturato complessivo, mentre al Centro-Sud rimane solo il 19% della fetta. Tutto ciò nonostante il modello cooperativo sia omogeneamente diffuso sul territorio nazionale, con la Sicilia che vanta un numero di imprese paragonabile a quello dell’Emilia-Romagna, e la Puglia e il Lazio agli stessi livelli di Lombardia, Piemonte e Veneto. «Quello del Meridione è un problema che non possiamo più trascurare. Dobbiamo riconsegnare la speranza di poter fare un’agricoltura che guardi al futuro».

E per poter almeno immaginare delle prospettive, il primo imperativo è crescere. Nel rapporto c’è un focus specifico sulla cosiddetta “cooperazione avanzata”, ossia su quelle cooperative maggiormente strutturate e capaci di trainare il settore. Dallo studio emerge che il fatturato della cooperazione agroalimentare è realizzato per l’80% dalle aziende medio-grandi, che rappresentano però appena il 12% del totale. In particolare il 2% delle cooperative – quelle che hanno un fatturato maggiore di 40 milioni di euro – incidono per il 58% sul valore complessivo del settore. Di contro il 67% delle cooperative sono piccole (meno di due milioni di fatturato) e incidono sul fatturato per appena il 6%. La cooperazione avanzata dimostra comportamenti virtuosi anche in riferimento alla mutualità prevalente, ovvero alla percentuale di prodotto conferito dai soci, che risulta, in media, dell’82%, con punte dell’88% nel settore ortofrutticolo e vitivinicolo. «È la riprova del fortissimo legame tra socio e cooperativa».

E di fronte alla crisi dei consumi, Gardini ha ammonito, c’è bisogno di più cooperazione, ma soprattutto di vera cooperazione: «Non servono nuove e piccole cooperative e tanto meno nuove organizzazioni di rappresentanza. Dobbiamo semplificare ed eliminare gli elementi spuri, i privilegi e le opacità che danneggiano l’intero sistema». 

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