Colture di copertura efficaci eppure snobbate

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Italia fanalino di coda europeo nell’uso delle cover crop

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Nella nuova agricoltura le colture di copertura – meglio note come cover crop, hanno un ruolo senz’altro importante. Ciò nonostante, l’Italia è parecchio indietro nel loro impiego, vuoi per scarsa informazione vuoi perché ancora legata a una tradizione fatta di arature, lavorazioni profonde e concimazioni minerali. Per questo motivo è doppiamente interessante conoscere quanto è stato detto in un convegno organizzato nelle scorse settimane da Condifesa Lombardia Nordest a Montichiari (Bs), dedicato interamente alle cover crop e alla loro gestione. Con la partecipazione, tra gli altri, anche di docenti e imprenditori statunitensi, paese nel quale questa pratica è molto più conosciuta e diffusa. Che nel nostro paese lo sia poco è stato dimostrato, tra gli altri, dall’intervento di Carlo Grignani, ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee all’Università di Torino. Con un inequivocabile grafico a colonne tratto da Eurostat, il relatore ha evidenziato la posizione del nostro paese nell’impiego delle cover crop: agli ultimi posti in Europa, più o meno alla pari di Grecia, Portogallo, Islanda, Romania e Regno Unito, ma ben dietro a Francia, Germania, Olanda, Polonia, in una classifica in cui i primi della classe sono, di gran lunga, Austria, Belgio e Slovenia. Utile, ma anche conveniente? Quali sono le ragioni di questa scarsa attenzione da parte del mondo agricolo? Forse che non si comprenda appieno l’utilità di questa pratica? Oppure vi sono ostacoli oggettivi alla sua realizzazione? Per scoprirlo, Grignani ha realizzato una ricerca sul campo, finanziata con fondi europei e denominata “Compatibilità ambientale e buone pratiche agricole”. In sostanza, si tratta di un’indagine a campione condotta presso imprenditori agricoli per valutare la propensione verso sistemi di produzione eco-sostenibili. Le aziende sono state divise in tre gruppi: zootecniche da latte, cerealicole di pianura e infine cerealicole di collina, con particolare attenzione, in quest’ultimo caso, per il Centro-Sud del paese. Le risposte mostrano che l’impiego di cover crop è minimo nelle aziende con stalla. Leggermente maggiore, ma comunque limitato per le altre due categorie. «Abbiamo allora cercato di far emergere sia le barriere sia le motivazioni che spingono all’adozione di questa pratica», ha spiegato il relatore. Le prime possono essere di natura colturale, gestionale o economica. La paura di produrre meno foraggio è un fattore che limita fortemente il ricorso a colture di copertura da parte degli allevatori del nord, al pari dell’ampia disponibilità di letame, che azzera uno dei vantaggi principali di questa tecnica, ovvero l’accumulo di azoto nel terreno. Mancanza di competenze e di macchinari adatti preoccupano invece maggiormente le aziende cerealicole. Considerando l’aspetto economico, pesa – non importa il tipo di coltura praticata – l’incremento di spese dovuto alle coperture (soprattutto in termini di gasolio) e l’assenza di contributi specifici per questa attività. Tutto questo, ha proseguito il relatore, nonostante una quota importante di produttori conosca bene i vantaggi di una coltura di copertura: miglioramento della struttura del terreno, incremento della sostanza organica e della quantità di azoto, maggiori rese, riduzione delle infestanti e della lisciviazione sono i benefici citati con più frequenza dagli intervistati. «In conclusione, l’agricoltore conosce i benefici delle cover crop, ma non li considera così invitanti da innescare un cambio di strategia aziendale, a meno che non si abbia una riduzione dei costi o un regime di incentivi». Questi supposti vantaggi – prevenzione dell’erosione e della lisciviazione e, in caso di sovescio, incremento della fertilità del suolo – sono tuttavia reali o soltanto ipotizzati? Per rispondere, il docente ha preso in esame diversi test condotti nel corso degli anni. «La prima e più importante domanda è relativa alle produzioni principali: aumentano o no? Usando leguminose, riusciamo ad accumulare nei suoli centinaia di chilogrammi di azoto per ettaro, con conseguente risparmio di concimi minerali. Le indagini mostrano che si può ottenere un incremento nella resa di mais fino a 4 tonnellate per ettaro. Il problema – ha continuato il relatore – è che ancora non riusciamo a governare la variabilità di questo accumulo tra una stagione e l’altra». Un aspetto importante è quello dell’epoca di interramento: quando la cover crop è nello stadio finale, è in grado di accumulare da uno a tre kg di azoto per ogni giorno di permanenza vegetativa ulteriore. «Posticipare l’interramento di 10 giorni, dunque, può portare a un incremento anche di 30 kg nel quantitativo di azoto. In casi come questo, forse, sarebbe il caso di mediare tra l’esigenza di semine anticipate e quella di prolungare il più possibile la vita delle cover crop». Sul fronte opposto, le colture di copertura comportano spese non indifferenti: fino a 120 euro per ettaro di sementi, più di 40-50 euro per ettaro per il controllo finale della coltura. Le lavorazioni relative a questa pratica, inoltre, comportano maggiori emissioni di CO2 in atmosfera. «In conclusione – ha chiosato Grignani – le cover crop permettono di usare meno concimi minerali e comportano oggettivi benefici al suolo e alla qualità dell’acqua. Occorre però mitigare alcuni effetti indesiderati, come le emissioni di gas serra – ancora da quantificare con precisione – e i maggiori costi colturali». Il rapporto coi parassiti Mantenere il terreno coperto con una coltura da sovescio comporta diversi vantaggi, ma può anche provocare problemi imprevisti. Li ha affrontati, forte dell’esperienza accumulata negli States, Richard Edwards, della Purdue University di Lafayette, Indiana. «Le cover crop possono ospitare svariati insetti, alcuni dei quali possono essere dannosi per le colture a reddito che andremo a seminare successivamente», ha spiegato il docente. In buona sostanza, potrebbero creare un ambiente ospitale per alcuni parassiti che successivamente, terminata la coltura di copertura, traslocherebbero su mais o  grano, con prevedibili danni. D’altra parte, è anche possibile che le cover crop diano ospitalità a insetti predatori dei parassiti oppure che abbiano un effetto deterrente verso specie indesiderate. «Una buona gestione delle coperture, pertanto, può ridurre in modo significativo il potenziale delle avversità e favorire le specie benefiche», ha fatto notare il docente. Tra le specie dannose, il relatore ha citato lepidotteri, limacce, cimici e altri insetti succhiatori, acari fitofagi, afidi e tripidi. «Tutti questi parassiti possono dare problemi, soprattutto se la coltura principale segue di pochi giorni quella di copertura. Per questo motivo consiglio sempre di aspettare due settimane tra la conclusione della cover crop e la semina successiva, anche se mi rendo conto che questo tempo di attesa può rappresentare un problema se si ha fretta di seminare». In generale, ha sottolineato Edwards, è importante capire quali specie stanno soggiornando nelle colture di copertura e che effetto possono avere sulle successive. «Naturalmente, considerando quali colture a reddito si andranno a seminare e quali specie vogliamo preservare. Un caso tipico è quello dei nottuidi, le cui femmine non sono attirate dal mais ma amano deporre le uova su dicotiledoni a foglia larga. Pertanto, se usiamo queste piante come cover crop e subito dopo seminiamo mais, le nottue, sebbene malvolentieri, potrebbero migrare dalla coltura di copertura al mais. E chiaramente le avremo forzate proprio noi a questa scelta». Un altro aspetto da tener presente è che le cover crop contribuiscono a mantenere il terreno più umido. «Si deve considerare questo fatto quando si semina la coltura principale, perché su terreno umido è più difficile far chiudere il solco e deporre il seme in un solco aperto lo espone agli attacchi di limacce e artropodi». La maggiore umidità, inoltre, può favorire le malattie fungine, ancor più insidiose degli insetti parassiti. «Lo sviluppo di una patologia fungina richiede una pianta ospite, un patogeno e particolari condizioni ambientali. La presenza di residui colturali abbondanti può quindi contribuire a creare il clima adatto, ma è anche vero che la rotazione riduce il rischio di infezioni. Occorre conoscere bene la sensibilità delle essenze che usiamo come cover crop e delle piante che coltiveremo in seguito e capire se le prime possono rappresentare una minaccia per le seconde. Inoltre, è importante avere un intervallo di circa due settimane tra le colture; è il tempo giusto per sistemare tutti questi problemi. Come diciamo negli Stati Uniti, non si può seminare, diserbare e andare in Florida». Un’esperienza diretta Un “farmer” che non va certo in Florida dopo aver seminato è Cameron Mills, proprietario di 1.400 ettari nell’Indiana. Sui suoi terreni, non irrigui e poco drenanti, Mills semina mais, soia e grano in rotazione e ha abbandonato l’aratura da ormai 15 anni, mentre da nove pratica le cover crop. «L’ho fatto – ha spiegato durante il convegno – per aumentare la capacità di ritenzione idrica, rompere il cotico di lavorazione creatosi negli anni, aumentare il tasso di sostanza organica dei terreni, recuperare nutrienti e contenere le malerbe. Oltre, naturalmente, a stimolare l’attività biologica nel suolo». Obiettivi che in larga parte sono stati raggiunti. «Quanto all’immagazzinamento idrico, sui miei terreni ogni passaggio di lavorazione comporta l’evaporazione di circa 31 mm/ha di acqua. La presenza di residui, al contrario, contrasta l’evaporazione e mantiene il suolo più fresco nel periodo estivo. Inoltre migliora la struttura del terreno, come noto, e ne aumenta la porosità». La gestione delle cover crop (di cui Mills ha fornito un’interessante ricetta a 15 essenze, che pubblichiamo) dev’essere però accurata. «Alcune varietà superano bene l’inverno e richiedono un alto livello di gestione. Occorre sceglierle in base alle proprie attrezzature e al programma di terminazione ipotizzato. Se si decide per il diserbo, inoltre, il trattamento va fatto con pianta ancora vitale e nelle ore più calde di una giornata soleggiata, affinché l’effetto del prodotto – per esempio il glifosate – sia massimo».