Chi semina raccoglie

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Semina diretta e mantenimento del regime a sodo vanno intesi come tecnica di gestione e non come un’operazione estemporanea

L’articolo Chi semina raccoglie è un contenuto originale di Il Contoterzista.


La recente edizione di Nova Agricoltura in campo, al di là del grande successo di pubblico che è riuscita a catalizzare nonostante il trasferimento dalla tradizionale sede lombarda a quella emiliana, ha dimostrato quanto la tecnica adottata in fase di semina sia fondamentale per una buona riuscita di qualsiasi coltura da reddito.

La semina non è un’operazione standard, che tutti possano fare indipendentemente dalle condizioni di campo, sia a seguito di lavorazione che su terreno sodo: già il semplice concetto di “interramento” del seme non è così facile come può sembrare. L’esperienza dell’ultima campagna granaria ha dimostrato un dato incontrovertibile: chi ha lavorato per risparmiare ha fatto bene all’ambiente, facendo risparmiare fino al 50% dell’energia elettrica consumata dall’industria molitoria. Ma non, purtroppo, in un progetto virtuoso: 4 t/ha in luogo delle 7-8 attese non rappresentano un vantaggio per nessuno. Semina diretta e minima lavorazione non sono un alibi per risparmiare sui costi di produzione, se poi la resa si contrae fino a certi valori. Non si vuole negare i vantaggi delle lavorazioni ridotte, quanto ammettere che certe tecniche richiedono un diverso modo di gestire le colture e, soprattutto, il terreno agrario. Non a caso la manifestazione richiama un concetto di agricoltura di nuovo stampo, e non semplicemente un nuovo modo di seminare.

La storia della semina diretta parte – proprio in Emilia – all’inizio degli anni Ottanta e mostra una certa alternanza fra periodi di grande successo e fasi di riflessione e ripensamento, soprattutto in relazione all’andamento climatico. In una delle poche regioni dove è ancora presente la bieticoltura, per esempio, questa tecnica è largamente impiegata per seminare il grano dopo l’estirpazione delle barbabietole, a prescindere da tutto il resto. Non è però una valida alternativa alle lavorazioni su un terreno che ha subito ogni genere di maltrattamento, magari dopo che sono iniziate le piogge autunnali: per coprire bene il seme bisogna aumentare il carico sui corpi di semina, che però tendono ad affondare troppo dove il suolo è più soffice. Nelle aree più costipate lo sgrondo delle acque è difficile e si possono avere sofferenze da sommersione prolungata che, sommate alle inevitabili fallanze, portano a ridurre il numero di culmi efficienti al momento della ripresa vegetativa. Il grano così “seminato”, a parte lo spreco di seme (che costa, ricordiamolo, fino a 3 volte il prodotto), produce invariabilmente meno rispetto a un impianto ottimale.

Di qui a concludere che la semina su sodo è una tecnica che riduce la resa, a fronte di un tangibile risparmio sui costi delle lavorazioni, il passo è breve: ma se analizziamo i fattori specifici, ci rendiamo conto che si tratta solo di una conclusione frettolosa e semplicistica. Esistono aziende che praticano la semina diretta da anni – su diverse colture – senza apprezzabili riduzioni nelle rese, anzi possono vantare un miglioramento delle quantità e della qualità. Non si tratta di mosche bianche, ma di aziende che – insieme con il contoterzista di riferimento – lavorano ogni giorno in funzione di questa particolare tecnica di gestione del terreno agrario. Già le parole dovrebbero far riflettere: “gestione del suolo” è qualcosa di ben più grande e complesso del semplice concetto di “semina diretta”, che ne rappresenta solo una piccola parte. di Roberto Guidotti


Leggi l’articolo completo su Il Contoterzista n. 9/2015