Certificazione, la grande corsa

Red quality guaranteed wax seal

Non solo garanzia. Anche strumento di marketing

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Tutto ha avuto inizio nel 1986 quando in Italia scoppiò l’affaire “vino all’etanolo”. Dalle ceneri di quella vicenda nacque la certificazione. Prima nel vino e poi in tutto il comparto agroalimentare. Da allora il nostro sistema di repressione frodi funziona, il vino italiano è diventato il primo prodotto esportato, il cibo made in Italy è ambasciatore di qualità e stile di vita. E le certificazioni, sempre più numerose, sono diventate strategiche. Se ne è parlato ad Expo alla presentazione del rapporto Accredia-Censis su un campione di mille imprese certificate. «I consumatori sono sempre più attenti alla qualità e alla sostenibilità dei prodotti, ma spesso non dispongono degli strumenti per giudicare. L’acquisto si basa sulla fiducia del produttore locale, della marca famosa, del proprio supermercato» ha spiegato Alberto Castori, ricercatore Censis. Ma la richiesta di un ente terzo, imparziale e garante, è sempre più forte. La certificazione poi non è solo garanzia, è marketing. «La tendenza è trovare nuove forme di distintività attraverso nuove certificazioni. Assistiamo ad una corsa spasmodica a certificare tutto».

Due le macro-aree delle certificazioni: quelle regolamentate a livello Ue (biologico, Dop, Igp, Stg) e quelle non. Nella seconda categoria rientrano quelle di prodotto (materie prime italiane, no ogm, rispetto norme religiose, etc), le più aperte alla “fantasia” dell’azienda, e quelle di processo o “invisibili”. Si tratta infatti di standard che non compaiono sul prodotto, ma vengono “imposti” dalla gdo o da partner commerciali (es: azienda alimentare) o dalle nazioni (Brc, Ifs, Global Gap, etc). «Sono un passaporto per l’export. Fondamentali anche nei rapporti b2b» ha spiegato Salvatore Ranchetti, direttore qualità Ferrero.

Quanto costa certificare? In media un’azienda spende 12 mila €/anno (la più cara è la bio), ma l’esborso sembra essere ampiamente ripagato. Le imprese certificate sono più competitive, hanno incrementato il fatturato, sono più orientate all’export e all’innovazione (40% vende su internet, 70% direttamente al consumatore). «Certo le certificazioni sono tante, spesso sovrapponibili, ma sono fondamentali per la crescita dell’agroalimentare italiano» ha detto Giorgio Mercuri, presidente Fedagri.

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