Cereali dall’Est, il nodo logistico

MERCATO
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Il Paesi dell’Est Europa rivestono un ruolo sempre più strategico nel mercato cerealicolo comunitario e nazionale. Da loro (12 nazioni in tutto, di cui tre Stati dell’ex Unione Sovietica, otto neo membri Ue più la Serbia) arriva quasi la metà – poco più di 5 milioni di t su 12,4 milioni totali – dei cereali che importiamo annualmente per rispondere alle esigenze produttive del nostro Paese.

Eppure il dialogo commerciale tra Est e Ovest, per quanto consistente, non è sempre semplice. Dietro una nave carica di cereali dell’Europa Orientale che attracca in Italia c’è un percorso, irto di ostacoli, superato. I problemi che incontriamo nell’operare con queste nazioni, spiega Claudio Perrella, dello studio legale LS Bologna, sono essenzialmente di tre tipi: logistico, economico/politico, di controllo.

«Le difficoltà logistiche – evidenzia – sono estremamente impattanti, soprattutto nel periodo invernale. I porti dai quali partono i carichi sono ghiacciati per lungo tempo e le navi di trasporto devono avere delle caratteristiche particolari. Non sono infrequenti, o almeno sono capitate, situazioni in cui i carichi fossero rimasti bloccati nei porti, causa ghiaccio, per diverse settimane». Chiaramente bisogna fare delle distinzioni: «Sul Mar Nero le condizioni climatiche sono meno severe e quindi le difficoltà più contenute». Ma non c’è solo il trasporto marittimo: «dall’Ungheria, ad esempio, i cereali viaggiano via camion e via treno, quindi queste difficoltà non sussistono».

L’altra grande incognita riguarda il possibile intervento delle autorità locali sulle esportazioni. Basti pensare a quanto avvenuto in Russia nel 2010, quando il Governo decise di vietare le esportazioni di cereali per quasi un anno, in seguito ai violenti incendi e alla siccità che avevano causato una drastica riduzione del raccolto. «Purtroppo non si tratta di un caso isolato e le implicazioni sono notevoli. I contratti prevedono in parte questi scenari, ma spesso le autorità intervengono in modo inopinato senza margini di manovra. E i contratti rimangono ineseguiti aprendo la strada a numerosi contenziosi».

Ovviamente è diverso il discorso per i Paesi dell’Est che appartengono all’Ue, dove le autorità locali devono assicurare la stabilità del mercato comune.

Un nodo particolarmente spinoso e piuttosto frequente riguarda i controlli: «gli enti preposti al controllo spesso operano in contesti un po’ complicati che possono incidere sull’attendibilità delle certificazioni». In sostanza esistono “pressioni ambientali” non trascurabili sul controllore, che a volte garantisce per un prodotto che non è esattamente quello che dice di essere. «Non è un problema di poco conto – specifica Perrella – perché il prezzo viene calcolato essenzialmente sulla base delle caratteristiche qualitative». La certificazione riguarda aspetti, come il contenuto di proteine, che servono anche a indirizzare il cereale per un utilizzo (produzione di pasta, mangimistica ecc) piuttosto che per un altro. La non idoneità, comunque, riguarda essenzialmente vizi qualitativi e non problemi di sicurezza alimentare, quali la presenza di micotossine.

«A ogni modo ci sono strumenti per difendersi: pattuire con rigore le clausole del contratto; disporre magari di un proprio perito; vigilare costantemente sui venditori, segnalando con tempestività eventuali anomalie». Di tutto questo si parlerà a Bologna il prossimo 19 dicembre durante il convegno “L’Est Europa e il mercato dei cereali” (v. box). Parteciperà anche il rappresentante di uno studio legale ucrainoper offrire il punto di vista dell’esportatore.

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