Cai: gli agricoltori attivi siamo noi

AGROMECCANICI
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Il mondo degli agromeccanici italiani torna a marciare unito per chiedere il riconoscimento del ruolo della categoria all’interno del sistema agricolo nazionale. Un riconoscimento che va tradotto, in prima istanza, nella possibilità di accedere ai contributi della Pac.

È questo l’immediato obiettivo del neonato Cai (Coordinamento agromeccanici italiani), nato dalla riappacificazione tra Unima e Confai (nata dalla scissione del 2004) e presentato al Mipaaf. A breve verrà definito il presidente incaricato del ruolo di portavoce.

I contoterzisti, ha sottolineato il presidente di Unima, Silvano Ramadori, sono i soggetti che portano l’innovazione tecnologica in agricoltura: «Il 90% degli acquisti di nuove macchine è effettuato dagli agromeccanici e un recente studio Nomisma dice che nei prossimi tre anni gli agricoltori non ne compreranno. E allora forse sbaglia la politica quanto offre un incentivo a un’impresa agricola per acquistare un trattore che lavorerà forse 100 ore/anno, quindi con una gestione irrazionale sin dall’origine, nonostante il contributo pubblico non ben investito, mentre i nostri operano per mille ore/anno e non ricevono alcuna agevolazione. Siamo noi che effettuiamo il 90% delle operazioni di raccolta prodotti e il 60% delle altre lavorazioni agromeccaniche. Noi che offriamo alle aziende professionalità, efficienza, abbattimento dei costi, consulenze tecniche, sicurezza e sostenibilità ambientale. Tutti obiettivi strategici della Pac, che meritano di essere premiati. Invece oggi vengono aiutate, con milioni di euro, le agroindustrie che hanno contratti con gli agricoltori, mentre noi, in quanto agromeccanici (artigiani), veniamo esclusi».

«La sottoscrizione dell’accordo – ha spiegato il presidente di Confai Leonardo Bolis – è l’arrivo di un percorso iniziato da un po’ di tempo. Certo il passato non si può cancellare, ma le nostre visioni si sono riavvicinate. E oggi è fondamentale presentarsi insieme di fronte alle istituzioni per spiegare chi siamo: operatori che svolgono un’attività agricola e che sono considerati artigiani. Non è follia?».

La formula da individuare per far rientrare la categoria nel primario, hanno spiegato, non è importante: «Il punto è cosa si fa e non chi lo fa – ha proseguito Ramadori –. Noi ci sentiamo agricoltori attivi nel senso che svolgiamo attivamente i lavori nei campi. Non conta l’inquadramento o il nome che ci vorranno assegnare».

Altro nodo da risolvere, il rapporto con le organizzazioni agricole: «Dobbiamo dialogare con le rappresentanze agricole – ha aggiunto Bolis – per far capire che è importante lavorare insieme e che non siamo antagonisti di nessuno. Siamo al servizio degli agricoltori, esistiamo perché i produttori hanno bisogno dei nostri servizi».

Sbagliano perciò, ha aggiunto Ramadori, «i tanti che ci mettono i bastoni tra le ruote perché hanno paura che gli rubiamo una fetta della torta. Chi ci bistratta non fa gli interessi del settore».

Le due associazioni hanno infine invocato un trattamento di maggiore equità – anche sul piano fiscale – e hanno auspicato di essere in futuro coinvolti nei tavoli di concertazione che finora li hanno visti esclusi.

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