Biomasse solide a rischio

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Con le nuove tariffe incentivanti previste nel decreto Fer. L’appello del neo comitato Ebs che riunisce i principali produttori italiani

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Il settore della produzione di energia elettrica da biomassa solida in Italia ha una potenza totale installata di 590 MW. Un dato importante, ancor più se si evidenzia il fatto che rispetto alle altre fonti rinnovabili (eolico e fotovoltaico) è l’unica capace di garantire continuità di esercizio per oltre 8mila ore l’anno, con produzioni costanti e programmabili perché non dipendente da fattori climatici e ambientali. Si tratta dunque di un vero e proprio settore ‘industriale’ dalle grandi potenzialità, sia ambientali, perché contribuisce ad una buona manutenzione del patrimonio boschivo, che economiche.

Eppure, il comparto è oggi messo a rischio dal nuovo sistema di tariffe incentivanti che sostituirà i Certificati verdi a partire dal 1° gennaio 2016. La misura, contenuta nel decreto ministeriale Fer, potrebbe affossare tutta la filiera. La clausola di salvaguardia (introdotta dal Dm. 6 luglio 2012 quando il prezzo dell’energia era previsto in crescita costante) che dichiara la soglia di 5,8 miliardi di euro come costo indicativo massimo annuo superato il quale non vengono più riconosciuti nuovi incentivi, risulta oggi inadeguata. L’attuale situazione registra (dal 2012) un’importante riduzione dei prezzi dell’energia da biomasse solide ma minori incentivi rispetto alle altre fonti energetiche. Questa l’analisi del settore presentata al convegno “Biomasse solide per l’energia: un settore industriale da tutelare”, promosso dal neo comitato Energia da biomasse solide (Ebs), nato per volontà dei principali produttori italiani di energia elettrica da biomasse solide. «Le prospettive di crisi per il settore sono sempre più concrete con l’avvicinarsi del 2016 – ha dichiarato Simone Tonon, portavoce del comitato Ebs-. Senza un deciso intervento di adeguamento, tutto il comparto, e in particolare la filiera di approvvigionamento della biomassa, collasserà. C’è urgenza di trovare soluzioni, in linea con le nuove disposizioni europee, che consentano agli operatori di continuare a operare».

Benefici per agricoltore e territorio

Il focus dell’intero dibattito è stato: l’indispensabile riallineamento degli strumenti agli obiettivi. Gli impianti medio-grandi di biomasse per energia hanno trainato con forza l’intero settore in Italia, ma l’occupazione e gli investimenti per questo indotto negli ultimi anni stanno sostanzialmente diminuendo. Eppure i benefici derivanti dalle biomasse solide sono molti. Nello specifico, per il settore agricolo, si va dalle produzioni agroenergetiche, alla valorizzazione dei terreni marginali, all’impiego dei sottoprodotti. Considerando poi che gran parte delle biomasse impiegate è di provenienza italiana, la destinazione energetica dei prodotti agricoli rappresenta un’occasione di reddito integrativo per l’impresa agricola. Risulta chiaro che al settore delle biomasse deve essere dato un futuro. E per farlo bisogna partire da una giusta gestione delle risorse, adeguando un quadro normativo organico, e non poco dettagliato e aspecifico come l’attuale, che introduca delle misure che consentano di riequilibrare i margini di redditività del settore, permettendone la sopravvivenza ed evitando di mettere in pericolo anche i profili occupazionali.

«Conosco le criticità che si prospettano a seguito dell’avvio del nuovo sistema di tariffe – ha commentato Aldo Di Biagio, vicepresidente Commissione Territorio, ambiente, beni ambientali del Senato -. Per tale motivo auspico una soluzione strutturale che salvi l’occupazione, diretta e indiretta, e gli investimenti realizzati».

È necessaria dunque prima di tutto una politica forte a tutela di una filiera che genera economia reale. E come ha concluso Giuseppe Castiglione, sottosegretario di Stato alle Politiche agricole, si deve dare necessariamente al decreto una dimensione più larga e fare scelte oculate.       

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