Biologico: Uno squilibrio strutturale

BIOLOGICO
Carnemolla_presidente_federbio

«Con piccole discrepanze dovute a diversi sistemi di rilevazione, i dati Istat e Sinab (Mipaaf) ci consegnano un’immagine sostanzialmente identica sul piano strutturale del biologico nazionale. I dati del censimento, che per la prima volta mette a disposizione informazioni di estremo dettaglio sul settore, andranno analizzati con attenzione, ma i numeri del biologico sono assolutamente stabili (41.807 aziende agricole e agricole con trasformazione nel 2010, 41.811 nel 2011), con segni di abbandono da parte degli allevatori, a fronte delle crescita costante degli operatori della trasformazione e del commercio. Lo scollamento fra base produttiva e mercato è preoccupante, perché si protrae da qualche anno ed è sempre più accentuato. La situazione va affrontata e risolta: la domanda interna e internazionale è crescente, ma non si investe nello sviluppo della produzione. Da un lato si sprecano delle opportunità per il settore primario, dall’altro l’aumento dell’import comporta dei rischi, come hanno dimostrato i casi di frode recentemente emersi e sanzionati. Lo squilibrio strutturale e la difficoltà della produzione a crescere devono preoccupare l’intera agricoltura italiana, che in un momento di forte crisi rischia di perdere anche l’opportunità del mercato bio». È questa l’analisi generale del comparto fatta da Paolo Carnemolla, presidente di Federbio, che non nasconde le sue preoccupazioni per il futuro.

Mancano coordinamento e cooperazione

Ma quali sono le cause di questa situazione – abbiamo chiesto a Carnemolla – e quali azioni sono necessarie per invertirla?

«Il percorso di conversione delle aziende agricole e degli allevamenti alla certificazione biologica richiede tempo, investimenti e supporto. Chi sta sul mercato, senza particolari distinzioni fra Gdo, industria e altri canali, ha dimenticato per troppo tempo il valore di un legame solido e stabile con la base produttiva e la necessità di investirvi, riconoscendo prezzi adeguati. È cresciuta la quantità di merce a basso prezzo, anche d’importazione, inducendo gli operatori commerciali a non investire sull’organizzazione delle filiere nazionali, col rischio di espellere progressivamente i produttori biologici virtuosi. Un sistema di controllo appesantito oltre misura da adempimenti puramente burocratici e non governato a sistema ha agevolato il fenomeno, lasciando entrare nel mercato, come hanno dimostrato le recenti inchieste della magistratura, anche del prodotto semplicemente “a residuo zero”».

Occorre agire subito per ripristinare un governo effettivo del sistema attraverso la cooperazione fra l’autorità competente nazionale, le Regioni, Accredia e le organizzazioni rappresentative del biologico italiano, intervenendo nel contempo per assicurare trasparenza nel mercato ed efficacia nel sistema di controllo. Ma serve anche una politica nazionale che si innesti sulla nuova Pac e sull’insieme delle norme e degli strumenti a carattere generale per il rilancio dell’economia e per la tutela dei beni pubblici, salute in primis, affinché il biologico e la sua crescita diventino un asset strategico per il Paese. Senza uno sforzo comune, sulla base di obiettivi condivisi e nel rispetto dei ruoli, con la consapevolezza che il futuro del settore non è importante solo per gli operatori e i consumatori che lo hanno già scelto, ma per quello della nostra agricoltura e dell’economia del Paese, è davvero difficile immaginare di invertire la stasi».

In questo momento non si sta operando in questa direzione?

«Purtroppo c’è una forte resistenza, soprattutto da parte di alcuni apparati pubblici, a cooperare con gli altri attori istituzionali e associativi. Le vicende del sistema di controllo sono la più evidente dimostrazione di questa follia tutta italiana, in cui singoli dirigenti ministeriali riescono a imporre situazioni di conflitto permanente o a impedire la collaborazione indispensabile a rendere gli interventi rapidi ed efficaci, innescando infinite trattative su provvedimenti concepiti male fin dall’inizio e alimentando un clima di tensione al solo scopo di delegittimare o addirittura intimidire gli interlocutori dal versante associativo.

La presenza di un ministro tecnico e la difficoltà delle Regioni a condividere posizioni e a coordinarsi sono elementi di oggettiva debolezza, anche se va riconosciuto l’impegno del ministro Catania e di alcuni assessori regionali a interloquire con le rappresentanze del settore. Ma il momento è di straordinaria difficoltà e i limiti dell’attuale organizzazione e gestione degli uffici ministeriali, chiaramente emersi anche nella vicenda di frode scoperta dalla Guardia di finanza di Verona, possono essere superati solo con scelte adeguate come da tempo chiede non solo FederBio, ma la gran parte delle organizzazioni del settore e a vocazione generale presenti nel Comitato consultivo nazionale di settore».

Il mercato cresce ancora

Che prospettive ha il mercato dei prodotti biologici nel contesto più generale di crisi dei consumi dei prodotti alimentari?

«Le prospettive sono molto buone, sia a livello interno che mondiale. Con andamenti diversi e con crescenti difficoltà a livello nazionale, ma il ritmo di crescita dei consumi si mantiene buono, configurando una tendenza ormai consolidata verso prodotti alimentari la cui salubrità e sostenibilità è certificata e riconoscibile attraverso un marchio europeo. Il fatto che il mercato cresca nonostante la scarsa comunicazione sia delle imprese che istituzionale e il permanere di un atteggiamento spesso scettico di parte della comunità scientifica confermano che il vero traino del mercato è il cambiamento degli stili di vita di fasce di cittadini interessate non solo alla propria salute e al benessere, ma, più in generale, alla tutela dell’ambiente.

Non a caso anche l’industria alimentare sta cercando di appropriarsi con sempre più forza del tema della sostenibilità, sia con investimenti e azioni dirette, sia cercando di forzare scelte normative europee, come con il recente tentativo di estendere ai prodotti alimentari l’Ecolabel. È quindi evidente che per difendere la propria identità e la posizione sul mercato il settore biologico deve continuare a migliorare le proprie peculiarità sul versante ambientale, aggiungendo in maniera coerente al proprio quadro normativo, tipicamente di processo agricolo, temi quali l’energia, i materiali, il risparmio dell’acqua e la riduzione delle emissioni».

Quali sono le minacce per i produttori biologici italiani sul versante del mercato?

«La minaccia più immediata è la perdita di credibilità derivante dai casi di frode e dalle evidenti lacune dell’attuale sistema di controllo. Per questo motivo e per le difficoltà sul versante istituzionale già richiamate, è essenziale che sia il settore stesso a dotarsi di strumenti di miglioramento della trasparenza del mercato e di maggiore efficacia del sistema di controllo.

In tal senso vanno l’approvazione del Codice etico e la creazione di protocolli di rafforzamento del sistema di controllo lungo le filiere da parte di FederBio, oltre allo sviluppo di una piattaforma informatica in collaborazione con Accredia. C’è poi la minaccia dei flussi crescenti di importazione, ancora più favoriti dal nuovo regime di importazione, che rende di fatto “equivalenti“ per il mercato europeo circa 130 Paesi. L’agricoltura biologica è in continuo e significativo sviluppo in molte aree del pianeta, anche vicine all’Europa, come nel caso dell’Africa. Dunque sul mercato sono disponibili sempre più prodotti biologici, a costi di produzione e di certificazione sicuramente più bassi di quelli italiani».


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