Bancolat, il business è sfumato con la bollitura obbligatoria

Dopo l’impennata dei primi tempi, il mercato ha subito una dura battuta d’arresto
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La pietra tombale sull’epopea del latte crudo l’ha messa il Mipaaf, nel dicembre del 2008, con il decreto sulla bollitura. Prorogato nel dicembre scorso di altri due anni, come noto, per ragioni precauzionali, nonostante non vi fossero evidenze certe sulla necessità di sottoporre il latte crudo a questo procedimento.
L’opinione degli allevatori è unanime sul fatto che i due provvedimenti hanno di fatto ucciso il mercato, così come concordano su chi ha fatto pressione per ottenere quei decreti e su chi ne è stato il maggior beneficiario. 
 

 

ANCHE YOGURT E FORMAGGI
In questi due anni gli imprenditori hanno provato a metterci una pezza, ingegnandosi come meglio potevano. Qualcuno ha aumentato il numero degli impianti per ovviare con una maggior offerta al calo di domanda sul singolo distributore. C’è stato chi ha aggiunto nel punto vendita altri prodotti, come yogurt e formaggi più o meno stagionati.
Ma differenziare non è facile e soprattutto non è alla portata di tutti, anche se all’interno della filiera è sorto una specie di mercato parallelo dei latticini: chi ha il caseificio aziendale fa servizio di caseificazione per chi vuol vendere formaggi fatti col proprio latte.
Infine, qualcuno ha tentato la strada del porta a porta, caricando il distributore su un furgone, ovviamente in compagnia di altri prodotti della campagna, e facendo il giro delle piazze e dei luoghi d’incontro metropolitani: scuole, uffici pubblici, poste, stazioni.
 

 

CHI HA PERSO LA FIDUCIA
Florindo Targa è stato uno dei più penalizzati dal decreto, avendo avviato il primo distributore poche settimane prima della sua emanazione. «Cominciammo nell’ottobre del 2008. Giusto il tempo di farci i clienti, arrivando a circa 90 litri di latte al giorno, ed uscì il decreto sulla bollitura. Nel giro di una settimana scendemmo a 20 litri. Un po’ ci siamo ripresi, ma non siamo più tornati a quei valori. Oggi di distributori ne abbiamo tre, ciascuno vende una quarantina di litri. Visto che li gestiamo con personale della famiglia tiriamo avanti, ma comunque 40 litri sono troppo pochi per giustificare l’impegno. Continuo ad aspettare che la gente capisca, che si renda conto dell’enorme differenza tra il nostro latte e quello che si trova al supermercato, ma ormai ho perso la fiducia.
Purtroppo, a parte la questione della bollitura, c’è anche una certa pigrizia nel consumatore: deve ricordarsi la bottiglia quando esce, passare al distributore, portarlo subito a casa se no va a male; a casa lo deve pure bollire e magari capita anche che scappi, sporcando tutta la cucina. Fa presto a passare la voglia».
Targa è un allevatore della provincia di Rovigo. Ha una stalla di Pezzate rosse che, dice, garantiscono un livello di omega 3 e 6 superiore alla Frisona. «Un latte eccellente. Controllato, pulito, ottimo da bere. Peccato che la gente fatichi a rendersene conto. Con il caldo estivo, poi, c’è un ulteriore calo. Ci vorrebbe forse qualche altro prodotto, yogurt o formaggi, ma per averli nel distributore serve un ulteriore investimento e con 40 litri al giorno non è facile.
D’altra parte non voglio nemmeno vendere prodotti di altre aziende come se fossero i miei, come fanno molti allevatori peraltro. Abbiamo provato a fare promozione con le scuole, a portare in azienda i bambini, ma ormai guardano soltanto la pubblicità e vogliono il latte della Lola. Se avessi qualche milione di euro da dare alla televisione, probabilmente venderei anch’io. Ma in queste condizioni… ci hanno fatto morire ancor prima di inziare a combattere».
 

 

CHI PENSA DI LASCIARE
Dal Veneto scendiamo nelle Marche con Roberto Di Mulo, una stalla da 55 capi ad Amandola, in provincia di Fermo.
Lo contattiamo giusto il giorno in cui si è messo a fare i conti per decidere se continuare o lasciare. «La nostra azienda è a 50 km dalla costa. Tutti i giorni riforniamo quattro distributori, facendo dai 120 ai 130 chilometri di strada. Con i quantitativi che vendiamo, non ne vale più la pena, probabilmente. Pensare che prima del decreto andavamo davvero bene, in certi impianti eravamo arrivati a 300 litri al giorno. Sognavamo di coprire tutta la zona costiera, da S. Benedetto fino ad Ancona o Senigallia. Avevamo preventivato 10 distributori per smerciare tutta la nostra produzione. Nel giro di pochi giorni abbiamo perso l’80% delle vendite, passando da 300 a 60 litri al giorno.
In questi due anni, nonostante gli sforzi, abbiamo recuperato un 15% circa, non di più. Le abbiamo tentate tutte – continua Di Mulo – dai volantini alla promozione presso le fiere; la risposta, però, è stata scarsa. Ora pensiamo di chiudere».
Di Mulo non rinuncia però alla filiera corta: «Ci sposteremo sulla trasformazione, con un caseificio in cui produrre yogurt, mozzarella e formaggi freschi e stagionati. Oggi per tenere aperta una stalla come la nostra si deve arrivare direttamente al consumatore, non vi sono altre strade. Così probabilmente dirotteremo tutti gli sforzi sul caseificio, abbandonando il latte crudo. Credo ancora nella zootecnia e nelle sue potenzialità». 
 

 

CHI DIFFERENZIA
Di Mulo è prossimo all’abbandono, dunque, ma il suo è in realtà un cambio di strategia: dal latte ai formaggi. Abbinare qualche prodotto caseario, magari un semplice yogurt, è invece la soluzione adottata da chi non vuol rinunciare al distributore. Per esempio, Claudio Vallini, varesotto di Venegono Inferiore. «Il business è finito con l’obbligo di bollitura. Contemporaneamente, guarda caso, i supermercati hanno abbassato il prezzo dei loro prodotti a marchio interno; quelli peraltro che danno meno garanzie sulla provenienza del latte».
Vallini fu uno dei primi a sposare la causa della vendita diretta, ormai sei anni fa. «Fummo i secondi a mettere un distributore in provincia di Varese. Avendo scelto di collocarlo in azienda, però, siamo in un certo senso penalizzati rispetto a un impianto posto in un centro abitato che lavora di più. D’altra parte il distributore mi ha permesso di portare i consumatori in azienda e aprire un punto vendita con i nostri prodotti caseari oltre a una gelateria agricola. Anche in questo caso, la seconda della provincia di Varese. Oggi le cose vanno discretamente. Vendiamo yogurt, formaggi e naturalmente il gelato. Qualcuno viene anche per il latte, ma ormai è la minoranza. E se si dovesse rompere il distributore automatico non lo rimetterei più, ma venderei il latte nel nostro negozio, che è aperto dal martedì alla domenica».
La conclusione di Vallini è senza appello: «Credo che il latte crudo sia stato un buon affare per i primi tempi, ma ormai è finita. Chi lo abbina ad altri prodotti va avanti; se vende alimenti validi, la gente arriva e quindi guadagna anche qualcosa. È l’unico modo per fare un po’ di filiera corta e km zero. Finché ce lo lasceranno fare».
 

 

E CHI DIVENTA ITINERANTE
Anche Luca Goldoni, proprietario assieme alla famigliaGallini della tenuta Morara di Medolla (Mo), ha abbandonato i distributori fissi, ma non il latte crudo.Ha attrezzato un furgone con il quale gira imercati contadini, smerciando latte oltre ai salumi prodotti in azienda. «Abbiamo iniziato circa tre anni fa su due mercati agricoli in cui c’è una buona risposta. Ne faremmo anche di più ma il tempo, ovviamente, è quello che è. A ogni modo siamo soddisfatti: vale sicuramente la pena, anche se con questo sistema si ha una persona impegnata nei giorni del mercato. Però il ritorno è buono e allora si può anche fare».


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