Asti secco e i suoi fratelli, la bollicina piace “easy”

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Approvata la modifica del disciplinare. Le esperienze dei produttori

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Bollicine a go-go. Il termine fa inorridire i fini spumantisti di metodo classico, ma è una delle poche parole italiane che, per il diminutivo e per la fonetica, rende meglio dell’inglese nell’evocare un vino piacevole e non troppo impegnativo.

La dote del Prosecco
Non a caso le bollicine sono usate, o abusate, dove si sbicchiera molto e si consumano altrettanti aperitivi, in quei luoghi che in Italia e all’estero stanno facendo la fortuna degli spumanti tricolori, Prosecco in particolare.
Con 500 milioni di bottiglie prodotte, il Sistema Prosecco vale oltre 2 miliardi di euro e traina il comparto. Sulla scia del successo, cantine e aziende vogliono produrre spumanti, charmat o metodo tradizionale, spingendo verso nuovi orizzonti le potenzialità di vitigni autoctoni a fianco di quelli internazionali. Dalla Lombardia alla Sicilia, dalla Liguria alla Puglia, la produzione di ‘bollicine’ è in fermento e altrettanto difficile da monitorare. Uno scenario in evoluzione che vede il prossimo ingresso sul mercato delle docg Asti e Brachetto d’Acqui nella tipologia secco, dopo il parere positivo del Comitato Vini del Ministero delle Politiche Agricole alla modifica del disciplinare (avvenuta il 10 marzo scorso, vedi riquadro).

Disallineamento in etichetta
Un passo importante per il Piemonte e uno sgambetto per il Prosecco, che si vede minacciato in casa non tanto dai numeri, quanto dalla confusione che la parola “secco” può generare nei consumatori, in una sorta di italian sounding in terra padana. Asti secco evoca il Prosecco, anche se l’aggettivo non potrà comparire in etichetta sulla stessa riga della parola Asti. Cantano vittoria i piemontesi, con dichiarazioni ufficiali di soddisfazione dello schivo governatore Chiamparino, e promettono battaglia i veneti, sostenuti dal meno schivo presidente Zaia, già scesi in campo dopo il primo parere favorevole della Commissione…

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