Zootecnia: studio Inea sulla redditività delle imprese

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Sfruttare la leva economica dell’articolo 68 riscritto nell’ambito dell’health check della Pac per rilanciare la zootecnia da carne. Anche perché l’assegno già corrisposto in base al vecchio articolo 69 (previsto dalla precedente riforma) è stato appena di 30 euro a capo, insufficiente per centrare l’obiettivo di rafforzare la linea vacca vitello. Le richieste degli allevatori sono state avanzate nell’ambito di una tavola rotonda organizzata dall’Inea a Roma nell’ambito della presentazione di un rapporto su «Redditività, qualità e sicurezza nel comparto delle carni bovine in Italia». Per tutto il settore della carne bovina il Mipaaf è pronto a mettere sul piatto 59,5 milioni. Le Regioni, invece, vorrebbero un taglio di 10 milioni (si vedano articoli a pagina 5). «Premiare i vitelli nati – sottolinea Albino Pistone, dell’Associazione nazionale bovini razza piemontese – è l’unica strada da percorrere per ridurre la dipendenza dall’estero e mettere in piedi un sistema competitivo».

Dalla Francia continua ad arrivare ogni anno un milione di vitelli destinati all’ingrasso. «Ma le emergenze sanitarie come quella della blu tongue – dice Fabiano Barbisan, presidente del Consorzio l’Italia zootecnica – hanno interrotto i flussi costringendo molte aziende a chiudere. La strada indicata dal ministero è giusta sul fronte dell approvvigionamento ma non basta. Occorre recuperare il terreno perduto nei confronti della Gdo e puntare sulla qualità della carne bovina italiana, troppo spesso presentata sul mercato in modo “anonimo”».

Insomma, il settore che vale circa il 7% dell’intera produzione agricola italiana e circa un quarto dell’offerta complessiva della sola zootecnia ha bisogno di nuovo ossigeno anche per far fronte ai costi di produzione in aumento per garantire la sostenibilità ambientale e la sicurezza della carne.
«Oggi l’obiettivo delle politiche economiche – hanno sottolineato Maria Carmela Macrì e Federica Cisilino presentando il rapporto Inea – non è più aumentare la produzione, ma migliorare la qualità delle carni, con un consumatore diventato ormai attento alla provenienza». Da qui nasce l’esigenza di valorizzare i punti di forza del settore, a partire dalla presenza di razze autoctone e di marchi a denominazione di origine e, non ultimo, da una domanda di carne che tiene, grazie a stili di consumo che continuano a conferirle un ruolo importante.

Secondo Inea la scarsità di superfici da destinare al pascolo ha determinato negli anni il prevalere di un modello intensivo a elevata concentrazione territoriale, che «ha brillantemente risposto agli obiettivi propri del secondo dopoguerra di aumentare le rese e garantire l’accessibilità diffusa al consumo di carne. Ma che oggi incontra difficoltà a generare reddito e assecondare la domanda dei consumatori».

Secondo Sergio Gigli del Cra-Pcm (Centro di ricerca per la produzione delle carni e il miglioramento genetico), occorre mettere in atto un sistema per aumentare sostenibilità ambientale e qualità delle carni
, abbassando i costi di produzione. Mentre per Vasco Boatto dell’Università di Padova, il vero lavoro deve essere fatto a monte della filiera bovina, «che di fatto non esiste essendo un mondo troppo frammentato e soprattutto senza un coordinamento verticale». In altre parole, per essere competitivi occorre recpire il modello vincente messo in campo dall interprofessione francese.

Dal canto suo Paolo Laudisio, direttore del Consorzio Bovinmarche ha sollecitato misure per la promozione. «Le Marche – ha spiegato – hanno deciso di concedere alla promozione delle carni Igp solamente 23mila euro rispetto a un plafond di oltre 2,8 milioni di euro. È tempo di invertire la rotta». Dal canto suo il Consorzio sta investendo su nuovi prodotti quali le carni ovine e suine. «Con un paniere d’offerta più ampio – conclude Laudisio – è più facile penetrare e conquistare spazi all’interno della Gdo».


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