Vino: Salvaguardare la competitività nonostante il boom dei prezzi. La ricetta di Caviro

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Due anni di forte siccità e conseguenti scarse vendemmie e la produzione italiana di vino cade a livelli mai visti (39,3 milioni di hl secondo le stime Assoenologi – meno 20% rispetto al 2010). L’effetto immediato: quotazioni all’origine (soprattutto dei vini comuni) schizzate del 40-50% e aumento dell’import, soprattutto da Spagna e Usa. La difficoltà a trasferire gli aumenti sulle bottiglie scatena il panico in cantina. «Puntiamo solo sul mercato estero, lasciamo perdere quello interno». «L’Ocm vino e la strategia italiana del blocco degli impianti sono da rivedere»: così hanno reagito importanti produttori.

Fuori dal coro Caviro, azienda leader del settore vitivinicolo nazionale, forte di una quarantina di cantine associate con più di 15mila viticoltori su tutto il territorio nazionale. Dopo il fatturato di € 247 milioni nel 2011, il gruppo ha chiuso il 2012 a 283 milioni e con 194 milioni di litri commercializzati. Un bilancio record frutto degli exploit sui mercati esteri (+17 nel 2011; +18% nel 2012) ma anche dell’ incremento sul fronte interno (nella gdo è stata in pratica l’unica azienda a crescere nel 2012 sia in valore che in volume), grazie anche al successo di referenze come Tavernello frizzante bianco e rosè in bottiglia, che hanno rinnovato la brand ad ormai trentanni dal lancio.

Domanda “elastica”

«Il 2013 – riconosce il direttore generale Sergio Dagnino, – sarà un anno difficile. Sugli scaffali le referenze inferiori a 1 euro sono destinate a sparire, o aumenteranno di prezzo rischiando di intasare la già inflazionata fascia di prodotto tra 2 e 5 euro, quella mediana che negli ultimi anni ha registrato il minor tasso di rotazione». A questi aumenti di costo strutturali del settore però, c’è poco da opporre, se non una concreta rivisitazione dello scaffale. Caviro ha ricoperto fino in fondo il ruolo di leader nel 2012 assorbendo i costi incrementali della vendemmia precedente. Ma ciò non è bastato, e l’ultima vendemmia ha costretto a rivedere i listini con incrementi a due cifre, annunciati già all’indomani della raccolta dell’uva. «Siamo consapevoli che ciò potrà comportare una contrazione delle vendite, ma non è più tempo di produrre in perdita: il reddito dei soci viticoltori va salvaguardato». In effetti i dati di vendita dei vini evidenziano la forte “elasticità” della domanda: gli aumenti di prezzo comportano contrazioni più che proporzionali dei volumi di vendita (-3% le vendite a volume registrate nel 2012, con una forte contrazione nel terzo trimestre: -6% a fronte di un aumento dei prezzi di solo +0,6%).

Anche per questo la GDO sta puntando ad un’azione “calmieratrice”, forzando i fornitori a contenere le richieste di revisione dei listini.

Un’azione a cui Caviro può in parte sottrarsi grazie alla politica di brand. Si rivela così premiante la strategia di potenziamento di marchi come Tavernello e Botte Buona, leader nel settore daily, ma anche, Romio e Brumale, marchi con assortimenti profondi e dall’ottimo rapporto qualità prezzo nel segmento vetro da 0,75 litri, , una strada che ora anche altri produttori vorrebbero imitare.

Tavernello fa rima con Brunello

Il recente accordo con “DalleVigne”, società titolare dei marchi “Leonardo da Vinci” e “Cantina di Montalcino” punta poi a rafforzare l’offerta anche sul fronte superpremium. Non basta però l’origine: molte Doc e Igt non riescono a sottrarsi alla stagnazione, soprattutto quelle di fascia media di prezzo . «Nella Gdo italiana si stima vi siano oltre 17.000 referenze sugli scaffali della grande distribuzione, con rotazioni di vendita anche inferiori ad una bottiglia a settimana. Se vogliamo salvaguardare la domanda di vino in Italia, bisogna migliorare i rapporti di filiera: la GDO deve riuscire a programmare assieme ai produttori, come avviene sui mercati esteri, uscendo dalla logica del “divide et impera”». È giusto dare anche un valore concreto al prodotto vino, per evitare posizionamenti a scapito della qualità. E per far questo, secondo Dagnino, anche i produttori devono uscire dalla logica dell’improvvisazione. «Le politiche commerciali non possono durare lo spazio di una stagione. Balzi repentini dei prezzi come quello registrato quest’anno rischiano di penalizzare la competitività sui mercati esteri, ma cosa succederà se la prossima vendemmia tornerà ad essere abbondante? Il vino italiano deve dimostrare più capacità di programmazione e di remunerazione della qualità». 

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