Riso, «serve una filiera compatta»

CEREALI
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«La filiera del riso si deve riorganizzare e rafforzare per affrontare i grossi cambiamenti del mercato e l’entrata in vigore della nuova Pac, tutt’ora in discussione, che sicuramente cambierà le “regole” del gioco». È questo l’appello di Paolo Carrà, presidente dell’Ente nazionale risi. È finita l’epoca in cui il riso era considerata una coltura a se, con tutti i limiti ma, soprattutto, con tutti i vantaggi che questa situazione poteva generare. «Il riso- precisa Carrà -è inserito nella nuova Pac con tutti gli altri cereali ed è sottoposto alla volatilità dei mercati. Dobbiamo difendere invece la sua specificità, unica rispetto alle altre colture e da sempre riconosciuta dalla comunità». Serve dunque una filiera seria che permetta agli agricoltori di seminare quello che il mercato richiede e di concentrare l’offerta utilizzando varietà appositamente studiate. «Non è funzionale creare ogni anno 6-7 e anche 10 nuove varietà che vadano ad “annacquare” il patrimonio varietale disponibile – afferma Carrà -. E’ necessario dimostrare con i fatti la volontà di iniziare un percorso di cambiamento partendo dagli strumenti oggi a disposizione. Ci vuole coraggio. Il mercato non si adatta a noi, ma siamo noi che dobbiamo utilizzare le leve giuste per superare i periodi di crisi come quello attuale. L’industria ha un ruolo di responsabilità nel condividere questa strada ».

La ricerca

Ed in questa direzione che sta andando la ricerca dell’Enr, anche in collaborazione con il Cra, insieme al quale quest’anno ha realizzato un nuovo protocollo per i campi vetrina e con il quale sta impostando, per l’anno a venire, la realizzazione di prove varietali «Con gli attuali prezzi di mercato – precisa Carrà – non ci possiamo può permettere il rischio di sbagliare varietà. Una semina sbagliata porterebbe l’azienda in una situazione da cui sarebbe difficile poi tirarsi fuori». Un’alternativa che si sta affacciando anche sul nostro mercato è quella dei risi ibridi. «Si tratta di varietà – afferma Carrà – che vengono soprattutto dagli Stati Uniti per le quale esistono esclusivamente delle prove fatte da privati. È chiaro, però, che agli agricoltori hanno bisogno per orientarsi di un’informazione neutrale ma soprattutto di varietà che rispondono alle esigenze dell’ambiente italiano». La risicoltura italiana, dunque, deve innestare una marcia nuova, anche modificando quanto fino ad oggi era stato fatto come di consuetudine, dimenticandosi l’aiuto al reddito concesso dalla vecchia (o meglio dall’attuale) Pac.

“Amica dell’ambiente”

«Il riso – ricorda Roberto Magnaghi, direttore generale dell’Enr – è una coltura “amica dell’ambiente”, che non spreca acqua e che ospita fauna e idrofauna strettamente legate al territorio. Questi temi sono stati portati avanti dal Mipaaf e dallo stesso Paolo De Castro in sede si contrattazione europea per farla rientrare nel greening (sempre che questa “misura” venga confermata… ndr) della nuova Pac, che permetterebbe alla coltura di accedere più facilmente ai contributi Ue». Sono sostanzialmente due le questioni aperte per la risicoltura: l’aiuto accoppiato (il riso è inserito nella lista assieme alle altre colture) e la partita dei Psr (verticali, legati alla coltura). Un altro aspetto su cui gli agricoltori si devono confrontare è quello delle “concessioni” di importazioni da Paesi terzi. In effetti un accordo di filiera nel 2010 era stato firmato da Mipaaf (ministro Giancarlo Galan), Confagricoltura, Cia, Copagri e Airi (Associazione Industrie Risiere Italiane). L’accordo, aveva detto il ministro doveva consentire «di migliorare la qualità del riso italiano, di acquistare ulteriori quote di mercato attraverso un recupero della competitività dell’intera filiera, nonché di realizzare un migliore equilibrio di mercato, garantendo nel contempo stabilità per i redditi agricoli e sicurezza di approvvigionamento per le imprese di trasformazione». Un proposito che, purtroppo è stato disatteso. «La risposta al documento di filiera del 2010 è stata molto tiepida – ricorda Carrà -. Le buone intenzioni contenute nel documento sono andate abbastanza disattese tanto che il volume di prodotto inserito negli accordi di filiera non ha superato le 25mila tonnellate. Adesso però è venuto il momento di fare sul serio se vogliamo veramente dare una svolta alla nostra risicoltura e garantirne la sopravvivenza».

Il problema è il prezzo

Il problema del comparto, in questo momento, è soprattutto il prezzo e non tanto una questione di quantità. «Il collocamento del risone sta procedendo bene e l’export e in leggerissima crescita così come l’import è in leggero calo (vedi figg. 1 e 2). La riduzione delle superfici – precisa Magnaghi – avviene perché in queste momento, alcune colture come soia e mais risultano più remunerative e non tanto per la difficoltà di vendere il prodotto. Il problema grosso è dato dal fatto che quando si perde un mercato, la sua riconquista è molto difficile. Una cosa è certa: le zone che si perdono sono soprattutto quelle che negli anni passati erano state conquistate dal riso sulle altre colture. La crisi, così, si fa molto più pesante nelle zone “storiche” dove il riso viene coltivato praticamente da sempre». Una soluzione ai problemi del comparto viene dalla progettazione di nuove ed efficaci forme di aggregazione «diverse delle vecchie op che, spesso – come ricorda Carrà – non hanno funzionato a dovere» e abbandonando la mentalità individualista. «Allo stesso tempo – conclude Carrà – è necessario che il Paese faccia lobbing e pressing assieme a Francia e Spagna sul riconoscimento a livello Ue della valenza ambientale della coltura, in passato ampiamente riconosciuta».

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