Rischio idrogeologico, il piano Anbi

TERRITORIO
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Il copione si ripete invariato da anni: il maltempo colpisce, il territorio si sbriciola, si contano i danni, a volte si piangono i morti, ci si indigna, si promette e poi, inevitabilmente, si dimentica.

Del resto il nostro è un territorio fragile, reso ancora più vulnerabile dalla mano dell’uomo e dagli eventi climatici estremi che sembrano ripetersi con sempre maggiore costanza: dal 2002 a oggi si sono registrate circa 2000 alluvioni, che hanno causato la perdita di 293 vite umane e danni per miliardi di euro. Ancora: il 68,9% dei comuni italiani è a forte rischio idrogeologico, 6 milioni di cittadini vivono in aree considerate molto rischiose, 22 milioni in aree mediamente rischiose. Il pericolo non risparmia gli edifici pubblici: si calcola che 6.251 scuole e 547 ospedali sorgano su terreni non sicuri.

Eppure questi numeri, denuncia il presidente dell’Anbi (Associazione nazionale consorzi di bonifica), Massimo Gargano, non sembrano essere stati sufficienti per prendere dei provvedimenti, anzi: «si continua a costruire anche dove non si dovrebbe, basti pensare che ogni giorno vengono edificati 668 ettari di terra, un’area equivalente a 96 campi di calcio. Così in dieci anni il cemento si è mangiato 244 mila ettari, spesso e volentieri strappati all’agricoltura, vero presidio del territorio».

L’associazione anche quest’anno ha presentato un piano di interventi, molti dei quali immediatamente cantierabili, per la riduzione del rischio idrogeologico. «Non possiamo rassegnarci, perché non ci troviamo di fronte all’inevitabile. Però a questo punto un’azione seria di messa in sicurezza non è più procrastinabile». Anche perché, più si continua a rimandare, più gli interventi da fare lievitano e con essi il conto da pagare: il piano del 2010 prospettava 1.365 azioni per una spesa di 4,1 miliardi; nel 2011 si è saliti a 2.519 azioni per 5,7 miliardi, nel 2012 a 2.949 per 6,8 miliardi, nel 2013 a 3.342 per 7,4 miliardi. La proposta aggiornata al 2014 è di 3,383 interventi per quasi 8 miliardi di euro.

Si tratta per lo più di opere di manutenzione straordinaria e adeguamento di impianti idrovori, reti di scolo, canali e altre infrastrutture che concorrono alla gestione idrica e alla difesa del suolo. «La nostra è una proposta concreta, operativa, che affronta il tema anche sotto il profilo economico. Le risorse ci sono, si possono reperire da più fonti, anche dalla Pac. La verità è che i soldi per coprire le emergenze si sono trovati, quelli per prevenire no».

Secondo dati presentati dall’Anbi dal 2002 al 2012 sono stati stanziati 2,98 miliardi di euro a seguito della dichiarazioni dello stato di calamità. Nel 2010 furono messi a disposizione 2 miliardi di euro, poi riconfermati negli anni seguenti, per rispondere al dissesto idrogeologico: «di quella cifra – denuncia Gargano – si è speso appena il 4%, equivalente ai compensi e ai costi delle gestioni commissariate». Insomma il punto, per l’Anbi, è che manca la volontà di affrontare realmente la questione. «Il nostro è un appello: non c’è più tempo. Chiediamo alle istituzioni di realizzare con noi, con l’Anci e con le organizzazioni professionali un patto serio per la prevenzione. Del resto è proprio sulla ricchezza del nostro territorio che dobbiamo puntare se vogliamo far ripartire questo Paese».

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