Produrre di più nel nome dell’ambiente

SOSTENIBILITÀ
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Come due buoni vicini di casa, ambiente naturale e produzione agricola devono imparare a convivere. E devono farlo presto: in Europa quasi la metà dei terreni soffre di bassa qualità del suolo; il 25% delle aree è a rischio erosione; in 20 anni il livello di biodiversità si è ridotto in maniera allarmante. Eppure la soluzione che appare più ovvia, ossia la ricerca di un compromesso, non è la strada giusta da percorrere.

Bisogna produrre di più, garantire agli agricoltori l’accesso a tecnologie e strumenti di mercato utili a incrementare il reddito, senza il quale non sono neanche immaginabili investimenti per la tutela dell’ambiente e del paesaggio.

Questo il messaggio lanciato a Roma in occasione del Multifunctional landscapes roadshow, iniziativa europea promossa da Syngenta ed Elo (European landowners organization) per stimolare un dialogo proficuo tra gli stakeholder agricoli sull’attuazione delle misure agroambientali previste dalla prossima Pac. «Siamo di fronte a scadenze storiche – ha sottolineato l’Ad di Syngenta Italia, Luigi Radaelli – e abbiamo l’urgenza di individuare risposte efficaci alle sfide che ci attendono nei prossimi decenni, ossia produrre di più, meglio e in maniera sostenibile. Ma per farlo dobbiamo essere consapevoli del fatto che non può esistere alcuna sostenibilità se viene meno quella economica». E qui si inserisce il dibattito sul greening: «si tratta di un tema fondamentale ed estremamente delicato: lo si può applicare in maniera intelligente e proficua o in maniera restrittiva e penalizzante. Per questo cerchiamo soluzioni condivise».

La proposta di Syngenta per un’agricoltura intensiva ed eco-compatibile si chiama Operation Pollinator. Il progetto, realizzato in collaborazione con l’Università di Perugia, di Pisa, di Foggia, di Torino e l’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato avviato nel nostro Paese nel 2007 in 14 Regioni. L’assunto è questo: considerato che più dell’80% delle colture europee dipende dall’impollinazione effettuata dagli insetti, creare ambienti favorevoli alla biodiversità in aree poco produttive o marginali, come i bordi campo, può portare beneficio sia alla natura che alla produzione. Sono stati dunque individuati quattro areali di sperimentazione, con differenti orientamenti colturali, dove sono state seminate essenze selezionate, ricche in nettare e polline. Tali aree attirano e forniscono alimenti agli insetti impollinatori, diventando un habitat ideale anche per altre specie di insetti e piccoli mammiferi. Secondo i primi dati forniti dall’azienda, il progetto garantirebbe inoltre incrementi produttivi, ridurrebbe l’erosione del suolo e megliorerebbe la qualità delle risorse idriche.

Non di poco conto, inoltre, il fatto che l’iniziativa risponda ai parametri attualmente richiesti dall’Ue per rientrare nelle misure di greening. La Regione Umbria ha deciso di inserire Operation Pollinator nel suo Psr, garantendo un sussidio di 1.270 €/ha per ogni 10 ha investiti nella misura.

Non è un caso che la titolare dell’azienda agricola Montevibiano Vecchio, 600 ha di estensione, di cui 11 dedicati all’operazione, fosse entusiasta: «la nostra filosofia aziendale è incentrata sull’ecosostenibilità: siamo la prima impresa agricola a zero emissioni. È stato dunque naturale sposare il progetto, che per noi ha anche un forte ritorno economico, soprattutto grazie al sostegno della Regione». Ma non tutti gli imprenditori italiani possono vantare una simile “fortuna”. Senza l’incentivo pubblico, come si fa a rendere appetibile l’impegno ambientale? Una prima risposta è giunta da Sergio Rizzo dell’azienda agricola Fichera e Torrisi, in Sicilia: «l’adesione al progetto ci sta aiutando su più fronti, anche per rinnovare la fertilità del terreno in quelle aree al momento non utilizzate. Però il vero salto sarebbe poter comunicare al consumatore, magari tramite accordi con la gdo, il valore ambientale del nostro lavoro, che si dovrebbe tradurre in vantaggio competitivo ed economico». Una terza via è quella proposta da Alberto Massa Saluzzo dell’azienda agroittica Acqua & Sole (Pv): «nelle parti marginali dei nostri campi abbiamo realizzato aree boschive. Questi interventi ci sono stati riconosciuti come lavoro pagato. Si potrebbero ipotizzare collaborazioni con le amministrazioni locali, con le aziende che producono infrastrutture, con le industrie. Si tratta di una scelta imprenditoriale al pari delle altre».

Insomma, se le idee per realizzare la sostenibilità sono diverse, il principio è unico: l’investimento agro-ambientale dev’essere redditizio. Le imprese agricole non sono associazioni ambientaliste o enti benefici.

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