Pomodoro legato ai titoli Pac

OSSERVATORIO
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La riduzione del valore dei titoli per il pomodoro da industria e quindi del premio comunitario a essi legato peserà duramente sul futuro della coltura, fino quasi a comprometterla. A meno che il calo dell’aiuto Ue venga compensato da un sostanziale, e al momento improbabile, aumento dei prezzi all’agricoltore. Angelo Di Stefano, 45 ha (fra pomodoro lungo per pelato e tondo per altri usi) ad Ascoli Satriano (Fg), non nasconde le sue preoccupazioni sul destino del pomodoro da industria in Capitanata, in prospettiva di un calo, «gradualmente drastico», del premio Ue. E, conto economico alla mano, non ha affatto torto.

Costi elevati

«Nella coltivazione del pomodoro da industria i numerosi costi pesano enormemente. A cominciare dai 1.000 €/ha necessari per l’affitto dei terreni, visto che il pomodoro non può tornare su se stesso per due anni di seguito, fino agli 880 €/ha per le operazioni colturali per il lungo e agli 840 €/ha per il tondo e, soprattutto, ai 5.060 €/ha per l’acquisto dei mezzi tecnici per il lungo e ai 4.360 €/ha per il tondo: un onere, quest’ultimo, appena scalfibile dal ricorso a piantine non tolleranti i virus, con l’incognita, però, dei danni causabili da questi alle rese. Anche la raccolta meccanica richiede un costo notevole (1.500 €/ha per entrambe le tipologie), mentre le spese generali corrispondono a 1.000 €/ha per il lungo e a 900 €/ha il tondo. In totale 9.440 €/ha per coltivare il pomodoro lungo e 8.600 €/ha per il tondo. Questi sono i costi per ettaro realmente sopportati nel 2013 per coltivare al meglio 45 ha a pomodoro da industria, destinati in gran parte a lungo».

Con rese medie di 850 q/ha e con prezzi medi di 0,11 €/kg per il lungo e 0,10 €/kg per il tondo, come è accaduto nel 2013, la produzione lorda vendibile del lungo (9.350 €/ha) e quella del tondo (8.500 €/ha) sono inferiori di 90-100 €/ha al costo totale. «Appare evidente che è proprio il pagamento dei titoli a consentire di fare reddito – afferma Di Stefano –. D’altra parte dai costi noi produttori non possiamo sfuggire se vogliamo ottenere rese accettabili: nel 2012 la siccità, accompagnata da elevate temperature, ci ha costretto a consumare più acqua per irrigare, nel 2013 abbiamo dovuto eseguire più trattamenti fitosanitari per sostenere gli attacchi di nottue e Tuta absoluta e subire un calo delle rese per la crescente diffusione dell’orobanche. A fronte di costi in crescita e rese non eccellenti, stiamo già subendo un abbattimento del valore dei titoli: dell’8% nel 2012, del 10% per la modulazione e di un altro 4% per altre ragioni nel 2013. La riforma degli aiuti, prevista dalla nuova Pac, prefigura ulteriori graduali ma drastici cali fino al 2020. Di questo passo o la riduzione dell’aiuto verrà compensata da un serio aumento dei prezzi ai produttori, o il pomodoro da industria non sarà più remunerativo e vedrà calare notevolmente, anche nel Foggiano, le superfici coltivate».

Redditività in bilico

La diminuzione dell’aiuto Pac influirà molto sulla redditività del pomodoro, conferma Marcello Martino, agronomo consulente tecnico dell’Op Assodaunia (1.000 ha a pomodoro da industria). «La prevista riduzione degli aiuti avrà per il pomodoro da industria conseguenze gravi, perché oggi il premio Pac aiuta a recuperare una parte dei costi, fare reddito e, in sostanza, mantenere in piedi la coltura. Se i titoli maturati per i cereali hanno un valore medio di 300-400 €/ha, quelli per il pomodoro da industria variano da 1.000 a 1.500 €/ha, con punte persino di 2.000-2.500 €/ha in base alle rese ottenute nel triennio di riferimento (2004-2006). È evidente, quindi, che la riduzione di titoli così importanti graverà sul futuro del pomodoro da industria in maniera ben più pesante che su quello del grano duro, soprattutto a causa degli elevati costi di produzione della solanacea. Nella prospettiva della regionalizzazione, che dovrebbe portare a un premio Ue uguale per tutti gli agricoltori di ogni regione indipendentemente dalle colture praticate, i produttori di pomodoro da industria ci rimetteranno di più di chi coltiva grano duro».

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