Pomodoro al Sud, Caserta vale il 4%

POLEMICHE
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Solo da qui. Solo Pomì
». Con un bel pomodoro
disegnato al
centro di quattro regioni del
Nord Italia a coprire la Pianura
padana. Lo spot pubblicitario
del Consorzio del Casalasco,
l’azienda di Rivarolo
del Re (Cremona) proprietaria
del marchio «Pomì»,
lanciato negli stessi giorni
dell’allarme sui prodotti
agroalimentari provenienti
nella cosiddetta «Terra dei
fuochi», non è piaciuto. La
Campania ha reagito infatti
con determinazione, difendendo
il suo pomodoro,
quello Dop di San Marzano
lavorato nei conservifici dell’Agro
nocerino-sarnese e
venduto come passata in tutta
Italia e all’estero.

La mossa pubblicitaria di
Pomì – che ha un messaggio
implicito, ovvero pomodoro
emiliano buono, contro pomodoro
campano a rischio
per i consumatori – è stata
perciò respinta e posta sotto
accusa. Per l’assessore all’Agricoltura
della Campania,
Daniela Nugnes, è stata
«una manovra di accerchiamento
per spogliarci delle
Dop del pomodoro di San
Marzano e della Mozzarella
di bufala. Sento puzza di
bruciato e temo la guerra
dei poteri forti del Nord».

Insomma, un tentativo
per speculare: si parte dalla
difficoltà ambientale di una
zona ben delimitata della
Campania, per concludere
che tutte le produzioni agroalimentari
di quella regione
sono a rischio. In realtà l’attacco
alla passata di pomodoro
campana trova una risposta
nel pomodoro pugliese,
e non solo pugliese. Il
pomodoro da industria lavorato
nei conservifici campani
proviene infatti in grande
parte dalla Capitanata. I tre
quarti del pomodoro sono
coltivati nei campi a nord e
a sud di Foggia. L’altro
quarto dalla Basilicata, dal
Molise, parte della Calabria,
Basso Lazio e Toscana. «E
tutto il prodotto – avverte
Giovanni De Angelis, direttore
generale di Anicav, che
rappresenta le aziende conserviere
del Centro-Sud –
ha la stessa qualità ed è sottoposto
agli stessi controlli
».

In Campania, quindi, le
aree coltivate a pomodoro
sono concentrate nella zona
di Battipaglia e nell’alto Casertano
e i numeri sono comunque
limitati. In totale,
nella provincia di Caserta si
tratta di 1,5 milioni di quintali
di pomodoro fresco da
industria, il 3,85% dei 22,2
milioni di quintali prodotti
nel Centro-Sud, area di riferimento
dei conservifici Anicav.

Nelle aree campane interessate,
la raccolta dura al
massimo una decina di giorni,
a fine luglio (riguarda
insomma le primizie), e poi
si ricorre massicciamente ai
pomodori foggiani e delle
altre regioni. «Nella mia
azienda – conferma Francesco
Franzese che a Buccino,
in Campania, ha un conservificio
che lavora fino a
400mila quintali di pomodoro
l’anno – ritiriamo prodotto
coltivato tra Battipaglia e
alto Casertano, ma è solo il
2-3% del totale. E da tre
quattro anni facciamo tutte
le analisi, sia dei terreni, che
delle acque di irrigazione
utilizzate. E non ho mai riscontrato
nulla di anomalo».

Tutto il resto è ritirato dai
produttori foggiani e della
Basilicata con cui Franzese
ha costituito una Op, la «Mediterraneo
». Dunque il pomodoro
lavorato in Campania
è soprattutto pugliese,
come «sanno tutti – aggiunge
Marco Nicastro, presidente
della sezione Pomodoro
di Confagricoltura nazionale
–. Il pomodoro non c’entra
nulla con quelle aree inquinate,
ben delimitate, e dove
il fenomeno è conosciuto
da anni. Il problema non esiste:
è solo una trovata studiata
a tavolino da aziende del
Nord». Anche secondo Onofrio
Giuliano, presidente di
Confagricoltura Foggia e
coltivatore di pomodori a
sua volta, quella di Pomì è
una pubblicità «fuorviante e
poco etica. È solo un tentativo
maldestro di speculare su
quelle problematiche ambientali.
Dimostrino le contaminazioni,
bonifichino
quelle aree, ma i pomodori
non c’entrano niente. Il nostro
pomodoro è tutto controllato
». Per le industrie
conserviere c’è stato dunque
«un tentativo di criminalizzazione
dell’intero settore
del pomodoro del Meridione.
In realtà, dice ancora De
Angelis, il pomodoro che
viene da Caserta è sottoposto
a rigorosi controlli a
monte e a valle della filiera,
esattamente come avviene
per quello proveniente da
altre aree del Centro-Sud
Italia».

Resta semmai l’urgenza
di individuare e perimetrare
con certezza, come dice il
ministro delle Politiche agricole,
Nunzia De Girolamo,
il territorio interessato che
dovesse risultare contaminato
per avviarne il monitoraggio
e la bonifica. Proprio
come chiedono Anicav e
Confagricoltura Campania,
per tutelare così i produttori
che non operano in quelle
aree da ricadute negative
sul mercato.


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