Oli vegetali puri, filiera a rischio

RINNOVABILI
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Il settore degli impianti alimentati da bioliquidi sostenibili (oli vegetali puri o OVP) che conta in Italia circa 360 aziende con una potenza complessiva di 225 MW in prevalente assetto cogenerativo e occupa circa 800 addetti con l’indotto, vive un momento di grande incertezza legata a due parole chiave: “tracciabilità” e “sostenibilità”.

È quanto afferma Massimiliano Mazzoni del direttivo di Assoebios, l’associazione che raggruppa gli operatori di piccoli impianti a OVP (www.assoebios.it). «Il certificato di sostenibilità (documento alla base di ciascuna fornitura di OVP/bioliquidi) non è accettato come prova della tracciabilità degli oli vegetali. Ma mentre la sostenibilità deriva da una direttiva comunitaria (2009/28/CE) ed è quindi riconosciuta (ed anzi obbligatoria) in ambito Ue per l’ottenimento degli incentivi, la tracciabilità degli OVP è un “istituto” esclusivamente italiano, non derivante cioè da alcuna normativa comunitaria».

Come si certifica la sostenibilità della filiera degli OVP?

La certificazione di sostenibilità dei bioliquidi ha come pre-requisito la rintracciabilità della materia prima. Qualsiasi bioliquido, sia di origine Ue che extra Ue, deve provenire da terreni chiaramente identificati poiché è obbligatorio che tali terreni siano stati coltivati a seminativo da più di cinque anni secondo le buone pratiche agricole. La certificazione di sostenibilità racchiude già al suo interno la specifica provenienza del prodotto, ovvero la sua tracciatura. Il certificato di sostenibilità del bioliquido scorta il prodotto fino alla sua consegna all’operatore elettrico, il quale, nel caso di provenienza Ue, dovrebbe percepire dal Gse la tariffa massima (280 €/MWh) per aver utilizzato un prodotto di sicura e certificata origine europea. Diversa la situazione dei biocarburanti (biodiesel e bioetanolo) dove per dimostrare la tracciabilità è sufficiente che gli operatori accreditati inviino mensilmente la certificazione di sostenibilità al Gse.

Qual è il problema degli associati ad Assoebios?

Con tutti gli attuali adempimenti si creano enormi problemi di liquidità per i nostri associati. Gli operatori elettrici pagano le forniture di OVP anticipatamente, pagano la manutenzione sugli impianti a 30-60 giorni, incassano dal Gse la tariffa base di 180 €/MWh a 60 giorni dalla produzione elettrica. A circa 150 giorni dalla produzione elettrica incassano – non sempre puntualmente – il conguaglio dal Gse di 100 €/MWh. Da troppo tempo registriamo un ritardo dei pagamenti inconcepibile e che “strangola” le nostre imprese. I nostri soci sono sparsi in 15 regioni (soprattutto nel centro-nord Italia) e gli impianti hanno potenze inferiori ad 1 MW; circa il 70% di questi utilizzano il calore per riscaldare fabbricati industriali e/o alberghi, centri commerciali, strutture sportive e per essiccare prodotti agricoli (es. granaglie, cippato).

Che soluzione proponete?

Se per le forniture da settembre a dicembre 2013 la questione dovrebbe risolversi a breve, per il futuro riteniamo necessario che ci sia una comunicazione ufficiale a tutti gli Stati membri (rivolta ai Ministeri e agli organismi pagatori) in cui si spieghi in maniera chiara il meccanismo italiano relativo agli OVP e alla loro tracciabilità in ambito Ue affinché possano adeguarsi rispetto alla documentazione da apportare. Richiediamo inoltre a Mipaaf/Agea un fac-simile di certificazione, applicabile in tutti gli Stati membri, in modo tale che ci sia un’assoluta chiarezza sulle regole da seguire e dei documenti da presentare. Il punto di riferimento rimarrà la direttiva RED 2009, ma bisognerà uniformare il più possibile la normativa italiana (Dm. 23 gennaio 2012) alla nostre realtà fatta di tanti piccoli agricoltori.

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