Micotossine nel silomais prima di tutto scopriamole

DOSSIER UNIFEED
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Le micotossine sono metaboliti tossici e/o cancerogenici prodotti da specifici ceppi fungini collateralmente alla loro crescita e proliferazione. E la loro presenza nei principali componenti dell’unifeed di vitelloni e vacche da latte è una problematica di estrema attualità.

Il mais attualmente disponibile, principale componente della dieta di vacche da latte e bovini da carne, è stato infatti prodotto in un’annata climaticamente estremamente sfavorevole, in quanto caratterizzata da elevata piovosità nel periodo primaverile, il che ha determinato semine e raccolti tardivi. Tale situazione rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di micotossine, in quanto la raccolta è avvenuta in un periodo caratterizzato da elevata umidità, fattore predisponente lo sviluppo fungino.

Nel rumine

Le micotossine vengono assunte attraverso l’alimento e transitano nel tratto digerente. Proprio in ragione della presenza dei prestomaci, i ruminanti presentano una sensibilità inferiore agli effetti avversi derivanti dall’assunzione di micotossine rispetto ai monogastrici.

A seguito del transito nel rumine, infatti, le micotossine ingerite possono risultare soggette a modificazioni da parte della micropopolazione presente. Alcune di esse vengono convertite in metaboliti meno tossici, come nel caso dell’ocratossina A convertita in ocratossina α, mentre in altri casi vengono metabolizzate in composti biologicamente più attivi, ad es. zearalenone in α-zearalenolo , oppure ancora possono venire escrete in forma immodificata come accade per la fumonisina B1.

Alla popolazione protozoaria è attribuito il ruolo preponderante nell’azione detossificante, la cui efficacia è funzione delle caratteristiche della micotossina stessa e del contributo dei restanti componenti della micropolazione ruminale, alcuni ceppi batterici ruminali hanno infatti la capacità di degradare determinate micotossine.

I protozoi si nutrono in maniera non specifica di batteri e zoospore fungine, e sono in grado di metabolizzare fino al 90-100% molte micotossine tramite reazioni di idrolisi del legame peptidico (es. ocratossina A), ossido-riduzione (es. Zea, T-2, alcaloidi eliotreni e lasiocarpina), deacilazione (es. diacetossiscirpenolo). La capacità di detossificazione del rumine, oltre ad essere saturabile, risulta influenzata da diversi aspetti quali il tipo di dieta, i cambiamenti della stessa o patologie metaboliche.

Svariate micotossine espletano anche attività antimicrobica, antiprotozoaria e antifungina, deprimendo in tal modo l’attività ruminale, con conseguente alterazione della disponibilità di nutrienti a livello enterico e di produzione di proteina microbica.

L’impatto sulla salute degli animali

L’ipofunzionalità ruminale e le alterazioni a livello intestinale, unite alla conseguente dismetabolia digestiva causate dalla presenza di quantità rappresentative di micotossine nella dieta, influiscono negativamente sulla reattività immunitaria, aggravando ulteriormente la sintomatologia specifica di cui è responsabile la micotossina. Le micotossine infatti, oltre che alterare la funzionalità ruminale, determinano malassorbimenti a livello intestinale, cui consegue una minore disponibilità di nutrienti essenziali per l’attività immunitaria quali ad esempio selenio e vitamine A, C, E.

Le presenza di micotossine promuove anche la produzione di specie reattive dell’ossigeno sia a livello locale che sistemico, con conseguenti effetti citotossici e di deplezione delle riserve di antiossidanti.

La sintomatologia che manifesta l’animale, o molto più frequentemente la mandria, è inoltre decisamente complessa in quanto molto diversa in termini di gravità e molto varia per quanto riguarda le manifestazioni cliniche, poiché diverse micotossine sono prodotte spesso contemporaneamente da più ceppi fungini, dando origine a sinergie ancora non del tutto definite e codificate.

Prevenzione delle micotossicosi

Lo sviluppo fungino in campo e durante la fase di stoccaggio è favorito da eventi stressanti in grado di indebolire la pianta come carenza idrica, dai danni meccanici (grandine, parassiti), dall’elevata escursione termica o elevata umidità, ma anche da condizioni di microaerofila e ridotta acidificazione durante lo stoccaggio degli insilati ed eccessiva umidità negli alimenti essiccati ed elevate temperature della massa conservata. Tra i vari parametri, la quota di acqua libera presente nel substrato esercita un ruolo primario nello sviluppo e proliferazione fungini.

Il momento della raccolta risulta anch’esso un fattore determinante: infatti chi scrive ha riscontrato nel 2011 una maggiore concentrazione di Don e Zea al crescere della sostanza secca in campioni di silomais (tabella 3). Gli autori attribuiscono tale riscontro al più difficile compattamento al crescere della sostanza secca della massa insilata, cui fa seguito una maggiore quantità di ossigeno presente all’interno della trincea, il quale favorisce la crescita fungina.

Al fine di limitare lo sviluppo di micotossine, risulta quindi basilare il rispetto delle corrette procedure operative sia in campo che in fase di stoccaggio, così da poter contare su un prodotto di alto standard qualitativo per tutto il tempo della sua conservazione.

È inoltre doveroso ricordare come un’elevata crescita fungina, riconoscibile persino visivamente, non sia sempre correlata ad un alto livello di micotossine. È comunque sempre opportuno evitare l’utilizzo di parti dell’alimento palesemente alterate e di quelle in loro prossimità (es. cappello e parti laterali degli insilati), considerando inoltre che anche il resto della derrata può essere potenzialmente contaminato e da sottoporre pertanto ad attenta, specifica e ripetuta verifica analitica.

Oltre alle buone prassi operative è importante sottolineare come esistano anche strategie molto efficaci per limitare il livello di contaminazione di una derrata, come ad esempio la semplice vagliatura meccanica, in grado di ridurre significativamente la concentrazione di tossine fino a consentirne persino la completa eliminazione.

Utilizzo di adsorbenti

Nei casi in cui non sia possibile escludere il rischio di presenza di micotossine nelle derrate alimentari, oppure in situazioni di riscontro di positività analitica della razione o, ancora, in presenza di sintomi manifesti nella mandria, risulta necessario intervenire somministrando specifiche molecole in grado di detossificare le micotossine, impedendone quindi l’assorbimento e la diffusione nel torrente circolatorio.

Tali sostanze non sono però da considerarsi il mezzo in grado di risolvere al 100% la problematica, nè il loro impiego rende possibile trascurare la qualità delle materie prime e l’accurata formulazione, fabbricazione e somministrazione della dieta. L’impiego di tali prodotti deve essere valutato in relazione alla tossina o alle tossine considerate, dal momento che le diverse molecole hanno specifiche peculiarità e sono anche dose-dipendente (maggiore è la concentrazione di tossina maggiore dovrà essere la quantità di prodotto da utilizzare).

In passato gli adsorbenti più diffusi erano rappresentati da materiali ad elevata porosità, quali ad esempio alluminosilicati, montmorillonite, zeolite, sepiolite e clinoptilolite. La maggior parte di essi è risultata in grado di legare in maniera efficace le aflatossine, ma l’attività nei confronti di altre micotossine come Fumonisine, Zea e tricoteceni è parecchio variabile.

La ricerca scientifica ha anche approfondito il potenziale ruolo di molecole organiche quali glucani e mannani, polisaccaridi ottenuti per lo più dalle pareti cellulari di microrganismi. Anche tali prodotti sono in grado di interagire in maniera molto mirata con specifiche tossine ma anche con diverse micotossine, aspetto fondamentale considerando che nella stragrande maggioranza dei casi gli alimenti risultano contaminati non da una singola tossina ma da un pool di micotossine. Nonostante ciò, risulta complesso e difficile individuare un adsorbente in grado di inattivare tutti i tipi di micotossine.

Per tale ragione risulta indispensabile effettuare una scelta oculata sulla base di dati certi provenienti sia dalla ricerca scientifica che dall’esperienza di campo. Un esempio a riguardo e proprio volutamente riferito ad una delle tossine più facilmente captabili, è costituito dalla elevatissima variabilità nell’efficacia di assorbimento dell’aflatossina B1 riscontrata (2004) in ben 13 prodotti reperibili in commercio.

L’efficacia di assorbimento attesa può inoltre venire compromessa dalla presenza di micotossine definite come “mascherate” o “nascoste”, in quanto quota parte delle micotossine presenti nella razione possono essere presenti coniugate con un composto organico, generalmente glucosio, risultando così strutturalmente e chimicamente differenti dalla micotossina originale, sebbene dotati della medesima tossicità. Tale situazione oltre a ridurre l’azione della molecola adsorbente specifica impedisce un corretto riscontro analitico dei livelli di tossina presente nell’alimento. È stimato infatti che alla quota di Don rilevata in un alimento ne possa corrispondere un quantitativo superiore dal 30% all’88% per una sua presenza anche in forma coniugata.

Oltre a tale difficoltà, allo stato attuale ancora poco si conosce degli effetti sinergici e antagonistici delle diverse micotossine, così come degli effetti cronici di una loro lunga somministrazione a basso dosaggio (Driehuis et al. 2008).

Difficile accorgersene

In conclusione è fondamentale ricordare che la presenza di micotossine negli alimenti è da ricondursi sia alla fase agronomica che di stoccaggio e gestione degli stessi in allevamento; e pertanto che al fine di limitarne la presenza è necessario riporre estrema attenzione sull’intero processo produttivo.

Gli effetti dovuti ad assunzione da micotossine molto spesso si manifestano in maniera aspecifica e la presenza di contaminazioni multiple rende difficile discriminare la specifica sintomatologia indotta dalla singola tossina ma anche gli interventi specifici necessari al fine di minimizzarne gli effetti. Alla luce di ciò risulta pertanto indispensabile un’azione di monitoraggio puntuale e costante della presenza di micotossine negli alimenti, soprattutto per quanto concerne quelli a maggiore rischio di contaminazione. Indispensabili anche interventi tempestivi e adeguati con inattivanti efficaci e ad ampissimo spettro di azione.

(*) Per approfondimenti, si veda il n. 10/2014 della rivista Informatore Zootecnico. Gli autori sono del Dipartimento di Scienze veterinarie dell’Università di Milano.

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