Latte, timori per le aflatossine

EMERGENZA SICCITA'
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Come nella torrida estate del 2003. Quando l’Istituto zooprofilattico della Lombardia ed Emilia-Romagna di Brescia aveva parlato di “emergenza aflatossine” arrivando a rilevare valori di aflatossina M1 nel latte superiori ai limiti di legge nel mese di ottobre (vedi tabella 1). Anzi, forse peggio che nel 2003.

Perché se, allora, Luigi Bertocchi, dirigente veterinario dell’istituto, aveva potuto identificare l’importanza della presenza delle aflatossine nella farina di mais ma in quota decisamente inferiore nel silomais, quest’anno («anche se è ancora presto per capire la situazione») si sospetta un interessamento pure di questo secondo prodotto. «Dall’Emilia-Romagna, dalla Lombardia e dal Veneto abbiamo ricevuto alcune segnalazioni della forte contaminazione anche di piante in campo e quindi di possibili problemi negli insilati. E dire che il silomais è meno soggetto della granella a questo problema grazie all’acidità della materia insilata, che ostacola la moltiplicazione e la diffusione del fungo. Purtroppo però le colture di mais situate in aree con scarsa o assente possibilità di irrigazione si sono essicate in campo, sviluppando solo parzialmente la pannocchia, così che le cariossidi sono state facilmente preda di attacchi parassitari e fungini responsabili della produzione di aflatossina. E alcuni allevatori che hanno alimentato le proprie bovine con mais trinciato verde, ma ormai essiccato in campo, hanno comunicato di aver trovato la tossina nel latte già dopo 48 ore».

«In ogni caso – continua Bertocchi – la responsabilità principale del rischio di una contaminazione del latte continua ad essere addebitata alla granella del mais, soprattutto quella che verrà raccolta nelle aree della Pianura padana in cui alla totale mancanza di pioggia si è aggiunta una scarsa disponibilità di acqua per l’irrigazione».

Secondo lo specialista bresciano il rischio è presente là dove «la cariosside si è essiccata in campo ed è stata raccolta con umidità inferiore al 22%, situazione che espone la granella alla diffusione delle aflatossine. Invece, secondo quanto previsto dalla Regione Lombardia proprio in conseguenza dell’emergenza 2003, i mangimifici e gli essiccatoi dovrebbero controllare in ingresso l’umidità della granella del mais, verificando che sia superiore al 22%».

Una buona prevenzione nei confronti della presenza di aflatossina nella granella del mais e quindi poi nel latte, aggiunge un altro esperto di questa problematica, Carlo Angelo Sgoifo Rossi dell’università di Milano, prevede infatti che «il mais venga raccolto prima che la pianta vada incontro al proprio naturale processo di essiccazione. Essiccare troppo in campo per, eventualmente, risparmiare sulle spese di essiccazione della granella sarebbe un errore: favorirebbe la diffusione delle aflatossine».

Altre attenzioni utili per prevenire il problema, continua il docente milanese, riguardano le operazioni di conservazione e stoccaggio della granella: «l’umidità non deve essere superiore al 14%, che è il massimo previsto dalla legge; meglio comunque raggiungere il 12-12,5%». Inoltre, i locali in cui si effettua lo stoccaggio «non devono essere esposti a intemperie o a escursioni tecniche troppo forti tra giorno e notte: in molti sili sui quali di giorno batte il sole si è visto che successivamente il calo della temperatura delle ore notturne può portare a condensare l’umidità all’interno, cosa che non fa certo bene alla qualità della granella».

Sempre nei centri di conservazione è consigliabile, dice Sgoifo Rossi, «ricorrere il più possibile alla pulitura della granella del mais, mediante operazioni come vagliatura e ventilazione, utili perché nelle cariossidi rotte e nello “sporco” c’è un’elevata concentrazione di tossine. Quest’ultimo insieme di precauzioni può far perdere tra lo 0,5 e il 3% di prodotto, può portare a un aumento dei costi energetici e di movimentazione della granella, ma in compenso permette di abbattere la presenza di micotossine anche fino al 70%».

NEGLI ALLEVAMENTI

La prevenzione della contaminazione del latte, avverte infine Bertocchi, può estendersi anche all’alimentazione delle vacche «semplicemente riducendo nelle razioni la presenza di prodotti a base di mais e derivati o sostituendoli per esempio con orzo, frumento, polpe di bietola o sorgo. Nella quasi totalità dei casi si garantisce un livello di contaminazione del latte ampiamente sotto i 50 ppt (o ng/kg latte), che è il limite massimo di legge; e si ottiene il risultato rapidamente, anche entro 3 giorni».

Sgoifo Rossi a sua volta sottolinea l’importanza della prevenzione del problema attraverso l’impiego, nell’alimentazione delle bovine, degli additivi che adsorbono l’aflatossina rendendola non più attiva, come bentonite, zeolite, alluminosilicati, resine sintetiche, carboni attivi. E in ogni caso di impostare un’alimentazione che ottimizzi i processi digestivi e la funzionalità prestomacale, «dato che nei ruminanti è efficace la capacità detossificante dei protozoi del rumine». Molto efficace, per proteggere la salute della bovina dagli effetti delle tossine, «anche la somministrazione all’animale di epatoprotettori, immunostimolanti, prebiotici e probiotici. Ed è indispensabile la massima accuratezza nella “fabbricazione” del carro unifeed».

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