Latte, le Op rischiano il disimpegno

In Italia solo 18 le realtà riconosciute che valgono il 10% del totale
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La partita non è ancora finita, ma il tempo stringe. E l’Italia, dopo la batosta delle multe ancora da finire di pagare, con la riforma messa in campo dall’Unione europea nel settore del latte ora rischia di perdere un altro treno: quello degli aiuti comunitari (un plafond di 40 milioni l’anno) per il miglioramento della qualità destinato alle Organizzazioni dei produttori (Op).
Con l’approvazione del cosiddetto «pacchetto latte », la cui applicazione sarà completata il prossimo 3 ottobre con la parte contrattualistica e sulla programmazione produttiva, gli Stati membri hanno la facoltà di rimodulare i parametri richiesti per la costituzione di Op. Strumenti di aggregazione dell’offerta ai quali, proprio con la riforma, Bruxelles attribuisce un ruolo fondamentale per la sottoscrizione dei contratti con l’industria di trasformazione e nella definizione di rapporti interprofessionali più trasparenti nell’attività di regolazione dei mercati.
Il problema è che l’Italia, attualmente, nel settore conta appena 18 Op riconosciute, con un valore del latte commercializzato che si aggira intorno ai 500 milioni, a fronte di una Plv realizzata nel complesso all’origine di circa 4,5 miliardi. In pratica, un’incidenza sul valore del latte da parte delle Op che si ferma a poco più del 10 per cento.
La normativa in vigore che regolamenta la materia nel nostro paese prevede l’adesione di almeno cinque allevatori, un fatturato minimo di un milione e un tetto del 3% sulla produzione totale della regione di appartenenza della Op. Una prima riunione con le organizzazioni agricole e le Regioni finalizzata a rivedere questi parametri si è tenuta martedì scorso al ministero delle Politiche agricole.
«L’aggregazione economica dei produttori resta l’elemento decisivo per lo sviluppo della filiera lattiero casearia-italiana – riflette Tommaso Mario Abrate, responsabile di settore di Fedagri-Confcooperative e presidente di Agripiemonte Latte, 250 aziende agricole associate per un fatturato di 42 milioni –. Alla vigilia della liberalizzazione delle quote e dello smantellamento da parte dell’Ue delle residue barriere protettive, il settore dovrà attuare con urgenza un riassetto produttivo ed economico. E al momento l’Italia si ritrova con un tessuto di imprese particolarmente frammentato, incapace di esprimere un adeguato potere negoziale nei confronti del sistema distributivo e di crescere sui mercati internazionali».
Per questo, secondo Abrate, un primo importante passo da fare sarà «rivedere il limite del 3% dei volumi di latte attualmente aggregabili nelle regioni per il riconoscimento delle Op; un limite che di fatto impedisce di concentrare l’offerta, soprattutto da parte delle associazioni più piccole».
«La verità è che sul settore da noi c’è ancora molta confusione e scarsa informazione – spiega Marco Lucchini, ingegnere e allevatore per passione, presidente di Agri Piacenza Latte, Op con 180 soci conferenti, due milioni di quintali di latte per quasi 70 milioni di fatturato –. Purtroppo gli interlocutori privilegiati ai tavoli istituzionali sono ancora i sindacati, che però non detengono il prodotto.
L’Ocm latte attribuisce un ruolo fondamentale alle Op. E il “pacchetto latte” lascia facoltà agli Stati membri di legiferare in materia. Per questo la partita che sarà giocata in Italia in questi mesi sarà determinante per il nostro futuro».
«La priorità per i produttori di latte italiani credo sia la crescita della dimensione economica delle loro Op e cooperative – riferisce Salvatore Casula, direttore generale della coop 3A Latte Arborea (Oristano), 255 soci, 1,9 milioni di quintali raccolti, per un fatturato di 136 milioni –. La polverizzazione dell’offerta rimane il principale punto di debolezza del sistema produttivo. Per quanto ci riguarda, aggreghiamo il 90% del latte prodotto in Sardegna: credo che in questa direzione si debba lavorare per recuperare il gap che abbiamo accumulato con i partner Ue».


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