La sostenibilità passa dal breeding

VINO
TV_13_25_rauscedo

I vini del futuro sono già in bottiglia. Anzi sono già stati versati nei bicchieri. Lo scorso 15 giugno i Vivai cooperativi Rauscedo hanno infatti organizzato presso la loro sede in provincia di Pordenone un incontro tecnico-degustazione per presentare 13 dei 18 vini ottenuti dai nuovi vitigni resistenti ottenuti grazie alla collaborazione scientifica di Iga, l’Istituto di genomica applicata, spin-off dell’Università di Udine.

«Mai stagione è stata più propizia – ha esordito Raffaele Testolin di Iga – per mettere in luce i vantaggi dei nuovi vitigni resistenti a peronospora e oidio». Le nuove varietà sono state ottenute infatti tramite incroci, assolutamente tradizionali, tra varietà di Vitis vinifera a diffusione nazionale e internazionale e varietà resistenti come Bianca, Regent o 20-3. «Il programma di incrocio e selezione – ha spiegato Gabriele di Gaspero di Iga – ha puntato alla creazione di resistenze robuste e durature attraverso la pirimidizzazione di più geni di resistenza alle malattie». Una marcia in più rispetto alla centinaia di vitgni resistenti già messi a punto in Germania e in altri paesi europei. Allo stesso tempo però, attraverso le minivinificazioni, si è mirato a selezionare i vitigni “figli” che presentassero particolari doti per la trasformazione enologica.

I risultati sono i vini degustati a Rauscedo. «Ho trovato – ha commentato Vannino Negro, docente di enologia all’università di Padova – addirittura migliorativi sotto il profilo organolettico i nuovi vitigni di Tocai e Cabernet Sauvignon». «Il nostro obiettivo – ha ribadito Eugenio Sartori, direttore dei Vivai cooperativi – non è quello di stravolgere la piattaforma ampelografica e la piramide di qualità del vino italiano, ma di dare un contributo decisivo alla sostenibilità della viticoltura, abbattendo la necessità di trattamenti fitosanitari». «È positivo – ha riconosciuto Giulio Colomba di SlowFood – che le nuove varietà siano frutto di un’attività di ricerca compiuta sul territorio, ma forse sarebbe stata più accettabile una semplice introgressione dei geni di resistenza nelle varietà tradizionali già registrate». «Significherebbe però – ha ribattuto Testolin – arrendersi a un tradizionalismo imperante nel mondo del vino, ma paralizzante. La solidità del dualismo vitigno-terroir è valida solo a metà: utilizziamo solo una minima parte dell’espressione fenotipica della vite». Intanto però i nuovi vitigni stentano ad essere iscritti nel registro varietale italiano. Per questo Iga intende procedere al sequenziamento delle nuove varietà per testimoniare l’assoluta preponderanza del genoma di Vitis vinifera.

Allegati

La sostenibilità passa dal breeding

Pubblica un commento