La situazione e i problemi secondo l’Ersaf

Nitrati in Lombardia
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Una delle soluzioni per uscire dall’impasse dei nitrati è, da oltre un anno, l’adesione al regime di deroga, introdotto nel novembre 2011 dalla Comunità Europea. I termini di questa opportunità sono noti e ribaditi anche in altri servizi pubblicati su questo numero dell’Informatore Zootecnico e pertanto li diamo per acquisiti; ricordiamo soltanto che vi sono norme severe in materia di coltivazioni (seconda coltura o copertura annuale), periodo di uso dei reflui (distribuzione di due terzi entro giugno) e metodo di distribuzione dei medesimi. Tutto questo, a fronte della possibilità di alzare il limite dell’azoto – parliamo di Zona vulnerabile – da 170 a 250 kg/ha.

È un’offerta ragionevole? Qualche azienda può trovarla conveniente? Guardando alle domande presentate lo scorso anno, si direbbe di no: sono state 260 in Lombardia, 20 in Veneto, 15 in Piemonte e una in Emilia Romagna. Gli allevamenti non conformi alla direttiva nitrati, giusto per avere un metro di paragone, sono circa 3.500 nella sola Lombardia. Vale a dire che meno dell’8% delle aziende che splafonano ha trovato utile, lo scorso anno, chiedere la deroga. In altre parole, la cronaca di un fallimento; almeno in apparenza.

Un processo da capire

I motivi sono diversi e ha provato a metterli in fila l’Ersaf, che tra la fine del 2012 e l’inizio di quest’anno ha tenuto una serie di incontri nelle province lombarde. Il tema era, per l’appunto, la deroga nitrati. Si sono affrontati casi concreti, si è parlato di complessità burocratica, di bilancio costi – benefici e di quali sono le alternative per rientrare nei parametri ora che i controlli iniziano a essere effettivi.

Non c’è dubbio infatti che alla base dello scarso interesse per la deroga e, più in generale, per l’adeguamento ai limiti vi sia una (finora) scarsa attività ispettiva da parte delle autorità. Ora che le verifiche sembrano avviate, è probabile che più d’uno guarderà con occhi diversi alla possibilità di derogare, e pazienza se l’adesione impone un surplus di burocrazia rispetto alla mole, già soffocante, delle carte da compilare.

Che vi sia un problema di complessità è opinione, in parte, di Giovanni Masotto, agronomo e tra i relatori degli incontri Ersaf. Come esempio porta un caso concreto, da lui seguito in qualità di consulente aziendale.

È quello di una grossa società, titolare di otto allevamenti (sette suini e uno di bovini) e di 819 ettari di terreni (577 dei quali in zona vulnerabile), il tutto distribuito sul territorio di cinque comuni diversi. L’azienda, che produce 574mila kg di azoto di origine zootecnica, risultava eccedentaria per 343mila kg e avrebbe avuto bisogno, per diventare congrua, di altri duemila ettari di terreno. In aggiunta, una riorganizzazione interna sta per portare a un aumento nel numero di capi.

«La soluzione per rientrare nei limiti non poteva essere unica, ma doveva venire da una serie di interventi di origine agronomica, tecnologica e normativa. Per il primo punto, si è cercato di stringere accordi con agricoltori interessati a ritirare i liquami, mentre per l’aspetto tecnologico si è realizzato un impianto di biogas da un megawatt, un sistema di separazione della frazione solida e un impianto di strippaggio per l’estrazione dell’azoto dai reflui. L’adeguamento normativo, infine, ha riguardato l’adesione alla deroga nitrati: una scelta che, combinata con quelle precedentemente illustrate, ha permesso di rientrare nei valori limite».

Questa è l’estrema sintesi del lavoro svolto. Arrivare a completarlo, tuttavia, non è stato facile come descriverlo. «Purtroppo – conferma Masotto – tra problemi di software e pratiche varie, il completamento della pratica ha richiesto diversi mesi. D’accordo che si trattava di un caso molto particolare, articolato e complesso, ma il tempo impiegato è stato comunque lungo».

Un limite del software, spiega l’agronomo, è la non piena compatibilità con la realtà di un’azienda zootecnica: «Inseriti i dati, il sistema fa i calcoli e dice se l’allevamento rientra o meno nei parametri. Ha però il difetto di stabilire gli apporti sulle diverse colture con precisione fino al chilogrammo; ovvio poi che nella realtà tanta precisione è impossibile, dal momento che si lavora con una botte e un trattore. Il fatto è che i controlli – e gli enti che possono effettuarli sono davvero molti – pretendono il rispetto totale di quei valori. Pertanto è molto facile, per un’azienda, risultare inadempiente».

La conclusione, aggiunge Masotto, è che la deroga non è per tutti, perché occorre avere caratteristiche particolari dal punto di vista produttivo, dei suoli e delle competenze informatico/burocratiche. Anch’esse necessarie, se si vuol fare imprenditoria agricola nel XXI secolo.

Adesioni senza traumi

Anche Flavio Sommariva, specialista per i reflui del Sata, ha presentato alcuni casi concreti. Di genere, tuttavia, alquanto diverso: ha infatti mostrato tipologie di aziende che potevano, con poco sforzo, rispettare i parametri della direttiva e pertanto hanno potuto goderne i benefici senza stravolgere la propria organizzazione. Riportiamo soltanto il primo di essi: «Si tratta di un’azienda con 190 capi in lattazione e altrettanti tra rimonta e asciutte, per una produzione dotale di 13.621 tonnellate di reflui, mentre i 15,3 ettari di cui dispone possono sopportare 2.610 kg di azoto zootecnico. Si ha pertanto un eccesso di azoto di 5.631 kg, che richiederebbe 32 ettari in zona non vulnerabile o 64 in zona vulnerabile».

L’azienda, fa notare Sommariva, «non è conforme nonostante un contratto di cessione di parte dei reflui. Per questo motivo ha deciso di chiedere la deroga. La domanda da farsi, a questo punto, è semplice: può farlo? Per capire se un allevamento ha interesse o meno a impegnarsi nella pratica è indispensabile analizzarne la struttura». Nel caso specifico, l’azienda è coltivata per il 36% a silomais e per il 45% a prato stabile, ovvero una coltura con alta asportazione di azoto e una permanente: assieme, rispettano i requisiti della deroga.

Secondariamente, ha una capacità di stoccaggio che le permette di arrivare a 159 giorni. Può quindi sopportare la lunga pausa nella distribuzione richiesta dalla deroga (due terzi dei reflui messi in campo entro giugno). «Fatta la domanda e inseriti tutti i parametri, all’allevamento è rimasta una ulteriore disponibilità di azoto di 569 kg. Pertanto, un chiaro caso in cui la deroga ha avuto un effetto positivo».

Tre tipologie per aderire

A quali aziende conviene, a questo punto, aderire alla deroga sulla normativa nitrati? Si consideri, infatti, che la finestra per il 2013 si è chiusa il 15 febbraio, ma sarà possibile ripetere la domanda fino al 2015. L’interesse all’adesione è stato oggetto dell’intervento di Claudio Dipietro, dell’Ersaf (l’ente regionale per lo sviluppo agricolo).

«L’azoto zootecnico prodotto ogni anno in Lombardia è pari a circa 123mila tonnellate, quasi 85mila delle quali insistono su zone vulnerabili. Questo a fronte di un fabbisogno annuo stimabile in 181.794 t/anno di azoto, 87mila delle quali in Zvn. Se però aggiungiamo i carichi di azoto minerale, abbiamo un surplus di 18.376 tonnellate, che porta il 27,9% delle aziende a essere non conformi». Il numero di domande di deroga presentate, diviso per tipologia di azienda, è riassunto nelle tabelle che pubblichiamo in queste pagine.

«Tre classi di aziende possono avere interesse alla deroga – scrive nella sua relazione Claudio Dipietro – ovvero quelle che grazie alla deroga possono diventare conformi, quelle con un deficit di superficie rispetto al carico di azoto e quelle che acquistano azoto minerale. Gli allevamenti del primo tipo, ovvero non conformi con limiti di 170 kg/ha ma che potrebbero diventarlo innalzando il tetto a 250 kg, sono 577, 214 delle quali in provincia di Brescia».

Le aziende del secondo tipo, ovvero quelle che grazie alla deroga potrebbero passare da una carenza di superficie all’autosufficienza, sono oltre 550 nelle sole province di Mantova, Brescia, Bergamo, Cremona e Lodi. Infine le aziende che non eccedono in azoto zootecnico, non hanno contratti di cessione ma usano azoto minerale, sono in tutto 3.112. In questo caso Pavia è la provincia più rappresentativa, con 207 casi, seguita da Como, Lecco, Milano e la Brianza. Un più razionale impiego dell’azoto zootecnico importato dalle altre province porterebbe al risparmio di quasi 10.600 tonnellate di azoto minerale.

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