In 5 anni chiuse 100mila aziende

RAPPORTO INEA
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Dopo aver resistito brillantemente, a differenza degli altri settori dell’economia, anche l’agricoltura si è trovata a fare i conti con la recessione in atto dal 2008. In un contesto critico non mancano però elementi positivi che denotano una capacità di reazione. È quanto si deduce dal Rapporto Inea 2013 sullo stato dell’agricoltura.

Il 2012 è stato il primo anno in cui la crisi si è realmente fatta sentire in agricoltura, con una caduta della produzione (-3,3%), del valore aggiunto (-4,4%) e della domanda di prodotti alimentari (-3,2%). Un trend che ha coinvolto anche gli altri Paesi europei, a cominciare dalla Germania, dove dal 2009 al 2011 il valore aggiunto agricolo ha subito un autentico tracollo, a dimostrazione del fatto che una forte politica industriale non necessariamente porta benefici anche agli altri settori dell’economia.

La fotografia scattata dall’Inea mostra un settore primario in profonda ristrutturazione, come risulta dalla diminuzione delle imprese agricole, scese nel 2012 a 809.745 unità, centomila in meno rispetto al 2007, mentre nell’industria agroalimentare le imprese sono rimaste stabili rispetto al 2011, attestandosi a circa 56.000 unità. In discesa anche gli occupati totali del settore agricolo (849.000 nel 2012), con una drastica riduzione di quelli indipendenti, imputabile alla forte prevalenza di aziende familiari presenti in Italia, che sono diventate inattive, e un’incoraggiante diminuzione del tasso di irregolarità. Le differenze a livello regionale sono significative: in Piemonte, ad esempio, accanto a una forte concentrazione delle imprese, cresce il valore aggiunto agricolo, a differenza di quanto accade in Lombardia e nel Veneto dove si registrano flessioni di circa il 7 e il 6% rispettivamente. Al sud la Sicilia vede crescere il valore aggiunto agricolo del 3% mentre in Puglia la perdita (la più rilevante su scala nazionale) sfiora il 10%.

Il ridotto inserimento di giovani all’interno del circuito produttivo continua a connotare il nostro tessuto imprenditoriale, con una maggiore rilevanza rispetto agli altri Paesi dell’Ue. Secondo i dati Eurostat solo il 5% delle aziende italiane è condotto da under 35 mentre, stando ai dati del Censimento Agricoltura, il numero dei giovani agricoltori risulta in calo del 40%. Il Rapporto Inea segnala però come le imprese condotte da giovani, la cui incidenza è più elevata nel sud della penisola, presentino dimensioni economiche maggiori di quelle condotte da altre fasce d’età e si caratterizzino quindi per una maggiore competitività.

Segnali positivi provengono anche dalle migliori performance del comparto agricolo, rispetto ad altri, per quanto attiene al credito e alle sofferenze bancarie, che denotano una minore fragilità, grazie anche alla messa a regime degli aiuti concessi dalle politiche di sviluppo rurale. Il credito per investimenti e attività di produzione è addirittura in aumento, anche se solo dell’1% circa, tra il 2011 ed il 2012.

Degno di nota, il brillante andamento del commercio internazionale, che continua a trainare la nostra economia. Il saldo negativo della bilancia commerciale alimentare è passato da -15% del 2007 a -9% del 2012 e la componente più significativa delle esportazioni agroalimentari dell’Italia è quella degli alimenti trasformati (19 miliardi di €), seguita a distanza dalle bevande (6,2 miliardi di €) e dal settore primario (5,6 miliardi di €).

La produzione di energia rinnovabile elettrica ha già quasi raggiunto l’obiettivo europeo 20-20-20 (circa 93 TWh prodotti nel 2012 rispetto ad un obiettivo 2020 di 100 TWh) per la crescita delle installazioni, in particolare degli impianti fotovoltaici.

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