Il trattore ora «delocalizza» in Italia

MECCANIZZAZIONE
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Sarà perché i paesi
emergenti del Far
East, del Sudamerica
e dell’Africa chiedono
espressamente il «made in
Italy», per quel valore aggiunto
di know how, flessibilità
e servizi che sa produrre;
ma anche per le risorse
umane, con la loro specializzazione,
che nonostante
le tecnologie più avanzate
a disposizione, alla fine,
fanno la differenza nella crescita
delle aziende e dei
suoi prodotti, sta di fatto
che diverse imprese costruttrici
di trattori e macchine
agricole stanno facendo
marcia indietro.

Dopo anni di espansione
sui mercati esteri, con
l’apertura di nuovi stabilimenti,
o l’ammodernamento
di vecchie linee per l’assemblaggio
di trattrici, mietitrebbie
e la produzione di
componenti, alcune aziende
tornano infatti a investire
in Italia. Trainando un
settore sul fronte dell’export,
in particolare nelle
aree dove la domanda
continua a registrare incrementi
a due cifre.

Il fenomeno della rilocalizzazione
produttiva non è
nuovo per il settore manifatturiero.
E uno studio curato
da Uniclub indica che proprio
l’Italia è il paese europeo
più interessato dal cosiddetto
«Reshoring» (o
«Backshoring»), ossia la
maggiore percentuale di ritorno
delle aziende.

Ma questa inversione di
rotta fa più notizia nel settore
della meccanizzazione
agricola – circa 300 imprese
costruttrici, per un giro
d’affari di 7,5 miliardi di
euro – visto che da cinque
anni il mercato interno patisce
continui cali di vendite.
Con le immatricolazioni di
trattori finite ormai sotto la
soglia minima delle 20mila
unità, a fronte delle 60mila
e oltre che venivano registrate
10-15 anni fa.

Tra le aziende che hanno
fatto questa scelta di campo,
Bolzoni Auramo produce
forche per carrelli elevatori
e ha ricollocato a Piacenza
la produzione che
aveva realizzato in Estonia,
Finlandia e Spagna. Il Gruppo
padovano Maschio Gaspardo,
prossimo ai 300 milioni
di fatturato, con una
quota d’export dell’85% e
già presente in Cina, India e
Romania, ha da poco inaugurato
un nuovo stabilimento
a Portogruaro (Venezia).
Dondi ha ampliato lo stabilimento
di Bastia Umbra (Perugia),
Gb Group ha inaugurato
una nuova sede a Nonantola
(Modena). E il
Gruppo Agco, anche se
americano, ha trasferito la
produzione di mietitrebbie
Laverda, che controlla al
100%, dalla Danimarca al
quartier generale della storica
azienda italiana di Breganze
(Vicenza).

Altro caso emblematico
è quello di Argo Tractors,
gruppo che fa capo alla famiglia
piemontese
Morra, che ha messo i
sigilli a due suoi stabilimenti,
in Francia
e Gran Bretagna,
investendo sui
quattro impianti
(con 1.600
dipendenti)
tra Fabbrico,
San Martino
in Rio e Luzzara,
nel cuore del
distretto produttivo
di Reggio Emilia, razionalizzando
le linee di trattori a
marchio Landini e McCormick
e Valpadana.

Argo, che all’Agritechnica
di Hannover, in Germania,
la principale rassegna
internazionale di settore
(dal 12 al 16 novembre) presenta
otto nuovi modelli di
trattori «made in Italy», quest’anno
chiuderà il bilancio
con un fatturato di circa
500 milioni, di cui oltre
l’80% realizzato all’estero,
che è pari a un quarto dell’indotto
complessivo generato
dal distretto della meccanica
agricola reggiano.

Un distretto che concentra
decine di aziende specializzate
nel settore agromeccanico
– tra queste anche
Lombardini motori, Comer
Industries (componentistica)
ed Emak (giardinaggio)
– e che si avvale di consorzi
di ricerca, enti locali, università,
Hi-Mech Emilia
Romagna (distretto dell’alta
tecnologia meccanica
con 11 laboratori e 5 centri
per l’innovazione), Rei-
Reggio Emilia Innovazione
e il Club Meccatronica, associazione
che promuove
la ricerca nel campo della
robotica.


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