Il paradiso amaro dell’eco-agricoltura

IL DOPO VOTO
paesaggio1

Per gestire le complesse
problematiche agricole
basta essere…
sommelier. È questa l’opinione
di De Lorenzis da Lecce,
sommelier appunto, eletto
con il 5Stelle di Grillo. Così
come per Carlin Petrini, autorevole
«guru» di Slow Food,
l’agricoltura deve puntare tutto
sull’«eco» e su una nuova
Politica agricola che investa
sulla sostenibilità. La chiave,
sempre per il leader di Slow
Food, è inserire nella Pac un
sistema di aiuti tarati sugli
ettari. Con superpremi per i
piccoli fino a 10 ettari e poi a
scalare fino «a zero titoli»
per i big. Che Petrini chiama
«latifondisti». Insomma un ritorno
all’antico. E sì, perché
l’accezione negativa di latifondista
risale al periodo precedente
la riforma agraria italiana
nata appunto per spezzettare
le grandi estensioni
terriere e distribuire la terra
ai contadini trattati in alcune
aree del paese ancora a livello
di servi della gleba. Un’altra
storia, un altro secolo, su
cui peraltro nel corso degli
anni ci sono stati anche dei
ripensamenti.

Perché il neo principale
dell’agricoltura italiana, la
sua incapacità a tenere testa
ai partner europei. nasce dalle
sue dimensioni, Super ridotte,
come si ripete ormai da decenni
e che non consentono di
raggiungere quel livello di
competitività indispensabile
in una società globalizzata.

«Piccolo è bello» era uno slogan
efficace quando per esportare
bastava andare al di là
delle Alpi, in Svizzera o Germania.
Molto meno valido oggi.
Per conquistare i mercati
esteri occorrono infatti anche
commodity, strutture e investimenti.
E in questo contesto si
inserisce il recente scontro tra
il presidente della Confindustria,
Giorgio Squinzi, e il leader
della Coldiretti, Sergio
Marini. Squinzi riferendosi al
programma M5S ha dichiarato:
«Il Paese andrebbe in una
direzione tra l’agreste e il bucolico
e non credo che questo
creerà posti di lavoro né risolverà
il problema della mancata
crescita». Una dichiarazione
contestata con durezza da
Marini.

Ma in realtà quello che voleva
dire Squinzi è sacrosanto.
L’agricoltura non si può
ridurre a una riserva indiana,
soprattutto in un paese deficitario
di materie prime. Deve
invece rispondere alle logiche
di mercato, anche a quelle
dell’evoluzione e della tecnologia.
Petrini potrebbe forse
oggi auspicare il ritorno ai
tempi precedenti la prima rivoluzione
industriale? Per
l’agricoltura la sostenibilità
ambientale viaggia a braccetto
con quella economica. È
vero che l’Italia negli anni
Cinquanta era rurale. Che la
pianura padana era agricola
al 100%, ma si dimentica di
ricordare in quali condizioni
vivevano i contadini. Se andava
bene conquistavano un
piatto di polenta.

Oggi l’obiettivo è un’agricoltura
avanzata, emancipata,
dove i produttori, come ha
più volte ripetuto il presidente
della Coldiretti, sono diventati
dei «professionisti» con un
ruolo sociale riconosciuto. E
anche trendy. Una conquista
legata all’ampliamento della
maglia poderale, se si vuole
all’industrializzazione dell’agricoltura
che grazie anche
alla spinta di nuove norme è
riuscita a uscire dagli angusti
perimetri in cui per millenni è
stata confinata. E ora vogliamo
tornare indietro, penalizzare
chi ha faticosamente «costruito
» aziende efficienti? Tenendo
conto che l’efficienza
nel settore fa rima soprattutto
con l’estensione aziendale.

Con 5-10 ettari si fa poco. A
meno che non si voglia ridurre
il settore a pochi chili di
prodotti realizzati seguendo i
cicli della luna. Anche questa
mini-agricoltura deve resistere.
Ma ai colossi francesi e
spagnoli non si può rispondere
«sfoderando» qualche cesto
di mele biologiche. È vero
che la globalizzazione sta portando
anche a quegli orrori
alimentari che stanno riempendo
le cronache di questi
giorni. Frodi commerciali a
go go. Ma è anche vero che in
Italia i morti ci sono stati nel
lontano 1986 con il vino al
metanolo. Rigorosamente del
contadino. La sicurezza alimentare
su larga scala è nata
con l’industria.

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