Il mago della serra a tetto retraibile

Canadese, ha ideato questo sistema che copre le colture, ma solo quando serve
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Think different (pensa in modo alternativo) insegnava Steve Jobs.

Il canadese Richard Vollebregt, presidente della Cravo, ad esempio, ha pensato alle «coperture mobili sopra colture di pieno campo» come lui le definisce. In inglese, Retractable roof production systems (Rrps) o serre dal “tetto retraibile”.

Il sistema, in effetti, è presente sul mercato nordamericano già da circa 20 anni, ma la stampa specializzata europea ne ha parlato solo nell’ultimo anno.

L’argomento è stato approfondito al recente Growtech Eurasia, la fiera leader nel settore delle colture protette per tutto il Medio Oriente, che si tiene ogni anno ai primi di dicembre ad Antalya, in Turchia.

Il vulcanico Vollebregt è venuto direttamente dall’Ontario per presentare il sistema da lui affinato in quasi 30 anni di esperienza suscitando molta curiosità e interesse tra gli operatori presenti, quasi 70.000 quest’anno.

La carriera di Richard inizia nel 1982 in Ontario, la principale area serricola canadese, per rispondere alle esigenze di un coltivatore di semenzali di alberi ornamentali, che cercava una copertura mobile per acclimatare le proprie piante.

Da lì è proseguita con soluzioni tecniche via via più evolute, prima negli Stati Uniti, quindi in Messico e ora destinate al mercato mondiale (foto 2 e 3).

 

MOLTI MODELLI

La gamma di modelli è molto cresciuta negli anni, ma sempre con l’obiettivo di adattarsi, innanzitutto, alle esigenze colturali e climatiche dei vari coltivatori incontrati lungo il percorso, ovvero di ascoltare le loro richieste.

A prima vista il sistema appare adatto soprattutto alla coltivazione di ortaggi, arbusti o alberi da frutto e piante ornamentali in ambienti climatici miti o caldi, con l’obiettivo principale di estendere il periodo di coltivazione, ovvero di migliorare le prestazioni delle piante nei periodi più torridi e di proteggerle da gelate precoci o tardive.

La gamma, tuttavia, comprende anche modelli per climi freddi e nevosi. In questo caso il tetto è “X-frame” (a forma di “capannina”, potremmo tradurre nel vocabolario corrente dei serricoltori italiani) e può essere formato anche da 2 o 3 coperture mobili sovrapposte. Per i climi caldi e secchi, dove non c’è rischio neve e dove l’obiettivo è quello di lasciar passare le rare piogge, invece che raccoglierle ed evacuarle, si usano ovviamente strutture a tetto piano.

In comune a tutti i modelli vi è un sistema di movimentazione del tetto molto semplice, economico e rapido, basato su cavi di sostegno e trazione e barre motorizzate montate sulle testate (un solo motore è sufficiente per 4.500 m2 e il tetto si può aprire o chiudere completamente in meno di 3 minuti).

 

I MATERIALI

Una volta che il tetto è completamente ritratto, il terreno sottostante può essere coltivato con i normali mezzi e tecniche del pieno campo (foto 4).

Per resistere alle continue sollecitazioni, i materiali di copertura sono rappresentati da robusti materiali in PE tessuto, stabilizzati ai raggi UV, i quali possono essere permeabili o meno alla pioggia, trasparenti o bianchi (con vari gradi di trasmissività e diffusività della luce), con trattamento o meno anti-fog e anti-condensa.

Il sistema, apparentemente fragile a prima vista, per come siamo abituati a concepire le serre in Italia, può arrivare invece a sopportare venti fino a 110 km/h e carichi neve fino a 75 kg/m2. Un programma computerizzato può aiutare l’operatore anche a decidere se tenere tutto chiuso o tutto aperto il tetto in caso di uragani, come noto frequenti negli Stati Uniti, e ha dimostrato di poter resistere anche ai più violenti degli ultimi anni, Katrina ad esempio.

 

ASSECONDARE LA NATURA, MA NON TROPPO

Al di là delle caratteristiche strutturali e meccaniche di questo tipo di copertura, colpiscono soprattutto gli effetti sulle colture e gli algoritmi sviluppati per il computer, che controlla la movimentazione della copertura, al fine di ottimizzare in ogni momento della giornata, e periodo dell’anno, il grado di apertura o chiusura del tetto.

Richard è partito da questa constatazione: «Con le serre o gli ombrai tradizionali abbiamo l’idea che dobbiamo sempre e comunque alterare il clima esterno per ottimizzare l’attività delle piante, invece questo non è assolutamente vero. Vi sono periodi della giornata, soprattutto a metà mattina e a metà pomeriggio, e dell’anno, in particolare in primavera e autunno, in cui le condizioni esterne sono ottimali per le colture: perché non sfruttarle?». Seguendo il suo ragionamento, in Italia il clima è mediamente ottimale per le colture circa 6 mesi l’anno, quindi avremmo bisogno di una copertura (mobile) solo per gli altri 6 mesi.

Per comandare in modo ottimale il grado di apertura del tetto, è stato sviluppato innanzitutto un sensore esterno, simile a una piastra nera (black plate sensor), con cui viene stimato lo “stress traspiratorio” delle piante, sommando sia l’effetto sull’attività fogliare della temperatura dell’aria sia della radiazione diretta.

La massima attività fotosintetica per la maggior parte delle specie orticole coltivate si ha tra circa 15 °C e 33 °C, quindi è in questo intervallo che il tetto viene aperto in varia %, anche in funzione del grado di umidità ottimale richiesto all’interno della copertura (fig. 1).

L’attività traspiratoria, e di conseguenza fotosintetica, viene pertanto leggermente incrementata, rispetto a una serra o ombraio (net-house) tradizionali, soprattutto subito dopo l’alba e prima del tramonto, viene ottimizzata a metà mattina e metà pomeriggio mentre nelle ore centrali il tetto apribile vince sul pieno campo, proteggendo le piante dall’eccesso di traspirazione (fig. 2).

Il risultato finale è quello di una pianta molto più compatta e generativa (foto 5). Anche la qualità dei frutti migliora, sia la colorazione, che il contenuto di sostanza secca, quindi anche la serbevolezza e la shelf-life. La differenza tra una stessa varietà coltivata nella stessa località e periodo, in pieno campo, in una net-house e in una serra col tetto apribile, ad esempio nelle condizioni climatiche di Culiacan (Messico), è veramente impressionante (foto 6).

Se passate da una fiera in cui è presente col suo stand (le prossime saranno l’IPM e il Fruitlogistica), anche se non siete interessati ai suoi prodotti, fermatevi a fare una chiacchierata con Vollebregt. Pensare in modo alternativo giova sempre e può portare a soluzioni semplici e inaspettate, anche per problemi apparentemente complessi.

 

(*) Ceres S.r.l. – Società di consulenza in agricoltura


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