Il granaio d’Europa tornerà a Est

MERCATI
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La rivoluzione per l’Italia (e chissà per l’Europa) viene dall’Est, dalla più grande area seminata nel mondo, da paesi considerati ancora “difficili” per una somma di motivi, non solo logistici.

Paesi da dove oggi proviene il 41% delle importazioni italiane di materie prime agricole. Paesi contenuti in due acronimi: Est-Eu per l’Est Europa e Csi (Confederazione stati indipendenti) per quelli dell’ex dell’Unione sovietica. Nel giro di 10 anni strapperanno agli Stati Uniti il primato di primi esportatori mondiali di grano nel mondo (gli Usa scenderanno da 19,2 a 15,6 milioni di t secondo le stime). La produzione di Est Eu + Csi salirà invece da 31,8 a 49,7 milioni di t, stime Usda.

Sono previsioni, e ce ne siamo purtroppo già accorti: quei paesi vengono sempre più evocati negli ultimi anni per giustificare i prezzi cedenti dei nostri prodotti.

«L’Italia è ormai un’importatrice netta di cereali con un’evoluzione straordinaria dal 2002 a oggi: il mais è balzato da 176.500 t importate a 1.740.000 t; il grano da 972.800 t a 1.727.000 t» ha detto Silvio Pellati, esperto di mercati cerealicoli internazionali, in occasione del convegno organizzato da Ager, borsa merci di Bologna, in collaborazione con la nostra testata Terra e Vita.

Paesi dai numeri sorprendenti: «L’Ucraina è già il secondo esportatore mondiale di cereali dopo gli Usa con 30,7 milioni di t. Punta a diventare il granaio del mondo dopo aver superato Canada e Argentina. Più del 70% della sua superficie è dedicata all’agricoltura (circa 41 milioni di ha!)» sottolinea Sissi Bellomo, giornalista del Sole 24ore. E a proposito della costituenda associazione Black Sea grain pool che dovrebbe coordinare l’offerta cerealicola e le politiche di marketing di tali paesi sui mercati esteri, afferma: «Gli obiettivi mi fanno venire in mente lo statuto dell’Opec».

Flussi di materie prime che l’industria mangimistica considera “ineluttabili” come ribadisce Lea Pallaroni di Assalzoo: «Importiamo il 48% della materia prima, food and feed. E non per esterofilia, ma per garantire la cosiddetta food security, la sicurezza degli approvvigionamenti. 8-9 anni fa eravamo autosufficienti per la produzione di mais, ora importiamo il 40%. Per non parlare, ad esempio, della farina di soia, di cui importiamo oltre il 90%».

Ma garantirsi la materia prima è solo un parte della sfida. Ci sono da verificare le caratteristiche qualitative, dalla merceologia alla presenza di semi convenzionale/ogm: «Il 90% dei mangimi prodotti è di fatto ogm. Se un’azienda decide di fare biologico deve confrontarsi con il grosso problema della contaminazione, anche se in tracce. Terzo requisito, la sicurezza alimentare ovvero la conformità dei prodotti alle norme Ue: la presenza di micotossine pone ad esempio problemi di campionamento e analisi (non solo per le aflatossine B1, anche per zearalenone e don).

Nodi che secondo Pallaroni possono essere affrontati solo con un approccio di filiera: «Qualità e certificazione devono essere garantiti da tutti gli anelli della catena».

Di sicuro importare dall’Est non è una passeggiata di salute. Claudio Perrella, dello studio legale LS, mette a fuoco tre aree critiche: «Il quadro normativo incerto e variabile (emblematica l’impennata dei contenziosi nel 2010 quando il calo produttivo portò a improvvise e brutali restrizioni all’export); le pressioni “ambientali”, spesso in fase di certificazione delle specifiche qualitative; le difficoltà logistiche (non solo per i climi proibitivi, anche le difficoltà ai porti)».

Al di là di tutte le contraddizioni di quei mercati prevale un aspetto: «la grande competitività della materia prima: i prezzi di queste origini sono a buon mercato» afferma Pellati. Così si spiega il boom dell’export: primi esportatori mondiali di farine di girasole o quello delle farine di soia per fare altri esempi.

Ma pare di essere solo all’inizio, vista la rassegna dei punti di forza, attuali e potenziali, di questa galassia produttiva di materie prime. Pellati parte dall’Ungheria dove «più del 60% del territorio è destinato a seminativo (in Francia è solo un terzo)» e alcuni grandi marchi italiani hanno già messo radici da tempo (Benetton, Calligaris), sin dal distacco dall’Urss, con aziende che si aggirano sui 4-5.000 ha (ne sono rimaste pochissime di così grandi) mentre la Cargill ha la bellezza di 45 centri di raccolta. Tutto il girasole prodotto è consumato da Bunge e Glencore.

La Romania è invece da tempo terra di colonizzazione italiana, non solo industriale: ci sono circa 50 aziende agro made in Italy nella zona di Oradea nel nord-ovest. Le rese di mais sono tuttavia bassissime (3,7 t/ha), le tecniche agronomiche arretrate.

In Bulgaria, dove operano commercianti locali di medio-grandi dimensioni, vi sono grandi aziende agricole, le rese non sono male con notevoli possibilità produttive. Vi è inoltre il vantaggio dei servizi ovvero due porti. Il paese è tuttavia uno di quelli classificati “difficili”.

Di certo la realtà più importante è l’Ucraina. Intanto grandi proprietari terrieri: il 20% dell’area coltivabile è in mano a 13 gruppi con superfici che vanno dai 100mila ai 400mila ettari: «non sono prettamente agricoli, semmai agricolo-industriali, strutturati all’americana» continua Pellati. Molte multinazionale dell’agroalimentare e delle sementi sono già insediate. Oltre ai 13 porti d’imbarco, l’Ucraina fa un massiccio uso del trasporto ferroviario. È un’agricoltura ogm-free? «Prima gli ogm erano proibiti, poi tollerati, ora ignorati: con aziende agricole di queste dimensioni è difficile fare l’ogm-free» comenta Pellati.

Più complicato avere informazioni sulla Russia (9.000 km tra il confine est-ovest…) dove è coltivato il sud della Siberia.

Pellati conclude con il Kazakistan da dove importiamo già da dieci anni un grano di qualità e molto apprezzato. Per ora le rese sono basse e per arrivare ai porti di carico sul Mar Nero e sul Caspio copre distanze da capogiro: 2-3.000 km.

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