Grani: duro invariato, tenero +10%

STIME CEREALI
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È sempre complesso, ma quest’anno lo è ancor di più, cercare di tracciare un quadro della situazione della campagna cereali.

Assosementi, come di consueto, ha delineato un possibile scenario sugli investimenti e sull’utilizzo di seme certificato per le tre principali specie di cereali a paglia.

Ne parliamo con Carlo Invernizzi, presidente della Sezione costitutori di Assosementi.

Presidente, su cosa è basata la vostra stima?

Sui dati di certificazione forniti dall’ex-Ense (oggi Cra) e su valutazioni delle aziende sementiere. Partiamo dal frumento duro: tenendo conto che tra Umbria, Toscana e Lazio, il maltempo ha impedito la semina di 60-100.000 ha, a livello nazionale gli investimenti si sono probabilmente mantenuti sui livelli dello scorso anno e cioè circa 1.300.000 ha. In generale al centro-nord il duro ha sofferto la concorrenza del tenero, che al momento delle semine aveva una quotazione di mercato pressoché identica.

Le regioni del meridione, in particolare Puglia, hanno invece senz’altro incrementato l’ettarato. Per il grano tenero le nostre stime indicano un incremento superiore al 10%, che potrebbero portare le superfici a oltre 720.000 ha. Più incerto invece il quadro investimenti per l’orzo che stimiamo possa comunque essere aumentato del 15-18% (arrivando a 350.000 ha uso foraggero compreso).

Nel complesso il volume di sementi certificate è aumentato di circa il 20% (da 306.000 t a quasi 370.000 t), grazie in particolare a frumento duro (+23%) e tenero (+13%).

Dalle ultime semine è tornato l’obbligo di sementi certificate al centro-sud (art. 68): questo obbligo ha invertito la tendenza pluriannuale al calo per il duro?

Partendo dai dati sopra citati, tenuto conto del fabbisogno di seme per ettaro e i dati definitivi 2012-13 delle sementi certificate dall’Ense stimiamo rispettivamente per duro, tenero e orzo un rateo di utilizzo di seme certificato del 65%, 85% e 60%. In pratica solo il frumento duro avrebbe fatto registrare un aumento di utilizzo di circa il 10% rispetto alla campagna precedente, comunque inferiore alle attese che il ritorno all’obbligo legato all’art. 68 aveva generato.

Come dire che non è aumentata negli agricoltori la consapevolezza del valore del certificato e prevalgono considerazioni di pura economia…

Riteniamo che l’uso del seme certificato garantisca vantaggi concreti che soddisfano aspetti di salubrità, sicurezza e tracciabilità, precondizione per ottenere produzioni di qualità. Il premio agroambientale non stravolge certamente il bilancio aziendale; è tuttavia un piccolo aiuto, che dev’essere inteso come stimolo a ottenere produzioni sane, tracciate e sicure, che non possono fare a meno del seme certificato. Da questo punto di vista ci aspettiamo che anche il mondo della trasformazione possa cogliere questi segnali e dare adeguato supporto al seme certificato.

Cosa vi aspettate dalla nuova Pac in questo senso?

L’assetto della nuova Pac dipenderà dall’entità delle risorse a disposizione e dalla loro distribuzione, parametri questi oggetto di un difficile concordato in ambito Ue. Assodato che il percorso del disaccoppiamento è giunto al termine, è necessario che per il futuro il seme certificato venga reintegrato in tutte le filiere orientate alla qualità. A nostro giudizio i singoli Psr ne debbono prevedere da subito l’utilizzo. Purtroppo emergono aree di forte resistenza, sinceramente incomprensibili visto che arrivano da parte dei produttori. Vogliamo ricordare che la ricerca privata nel nostro Paese si sostiene solo grazie alla vendita di sementi certificate, e i produttori agricoli contribuiscono in prima persona a mantenere in vita il settore del miglioramento genetico italiano, che è in grado di offrire, in primis, proprio agli agricoltori varietà sempre più produttive e adatte ai diversi areali di coltivazione.

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