Flussi di concime verso l’Italia Le mappe delle importazioni

MERCATO
Nave in porto

Nell’esame dei flussi di importazione dei principali concimi minerali attraverso una visualizzazione cartografica è possibile cogliere con immediatezza alcuni elementi già evidenziati nello scorso numero.

Urea in calo

Osservando le mappe balza subito all’occhio come nel caso dell’urea, tra l’inizio dello scorso decennio e l’ultima campagna 2011-12, il calo delle importazioni sia stato accompagnato anche da una considerevole riduzione dei maggiori player coinvolti.

Mentre nelle prime due campagne di inizio millennio, a fronte di importazioni mediamente pari a circa 1,1 milioni di t risultavano presenti ben quattro flussi superiori alla soglia delle 100mila t, provenienti in ordine decrescente da Russia, Libia, Ucraina e Egitto, si registravano anche flussi superiori alle 10 mila tonnellate provenienti da cinque paesi (Romania, Austria, Croazia, Germania e Ungheria) dell’Europa centro-orientale.

In tutto il periodo preso in considerazione è inoltre evidente la presenza di due correnti d’importazione predominanti, una dall’Africa nord-orientale e l’altra dall’area ex-sovietica del Mar Nero, completate da flussi di minor portata e distanza in ambito europeo.

Tale quadro non è mutato nel tempo, ma già a metà dello scorso decennio, a fronte di un calo delle importazioni pari a quasi 150mila t, si evidenziava una significativa concentrazione relativamente alle due correnti principali. Soltanto Russia ed Egitto si mantenevano al di sopra della “soglia 100mila”, con consistenze pressoché identiche derivate dalla sostanziale stabilità delle esportazioni russe e dal raddoppio di quelle egiziane, mentre Libia e Ucraina risultavano quasi scomparse sul mercato italiano, scendendo rispettivamente da 218 a circa 33 mila t e da quasi 165 mila a poco più di 12 mila. Allo stesso tempo i flussi più vicini mantenevano le posizioni precedenti e in qualche caso (Germania, Croazia e Ungheria) segnavano addirittura lievi incrementi.

Complessivamente tra l’inizio e la metà dello scorso decennio la quota delle importazioni nord-africane si manteneva stabile al 32%, quella dell’area ex-sovietica perdeva sei punti percentuali, scendendo al 30%, tutto a vantaggio degli altri flussi europei che, complessivamente, salivano a circa il 37%.

Come si può ben osservare, anche nelle ultime due campagne il quadro generale non è mutato. Tuttavia, mentre nel 2010-11 l’urea è affluita prevalentemente dallàarea nord-africana (51% del totale), nell’ultima campagna il ridimensionamento dovuto alle conseguenze della “primavera araba” (con la scomparsa totale del prodotto libico e la contrazione di quello egiziano, sceso di 200 mila tonnellate, ma pur prossimo a quota 190 mila) ha determinato il passaggio della leadership all’area del Mar Nero, arrivata a superare il 40% del totale delle importazioni italiane.

Tale spostamento è derivato però solo dall’incremento del prodotto ucraino, quasi raddoppiato e arrivato a circa 260 mila tonnellate), mentre quello russo è ulteriormente diminuito scendendo sotto la soglia delle 50 mila tonnellate e la restante quota europea, dopo essere scesa al 25% nel 2010-11, è risalita al 32% grazie ad un lieve incremento di 20 mila tonnellate realizzato in un contesto di mercato in consistente flessione.

Oltre che per la crisi congiunturale dell’area nord-africana, la ragione del successo ucraino è sicuramente dovuta anche alla competitività del prezzo: esso infatti già nel 2010-11 risultava inferiore a quello dei principali competitor (con la sola eccezione della Libia e nell’ultima campagna è quello che ha mostrato il rialzo mediamente più contenuto, al punto tale da posizionarsi circa 30 euro sotto la media complessiva e oltre 50 euro in meno di quello egiziano.

Importazioni di Dap

Per quanto riguarda il Dap, invece, il confronto tra i diversi periodi (vedi le mappe) evidenzia la netta contrazione delle importazioni, dimezzatesi nell’arco di un decennio, immediatamente percepibile osservando la riduzione delle dimensioni delle frecce che rappresentano i flussi provenienti dall’area nord-africana (Tunisia e Marocco) che, comunque, si conferma come la principale fornitrice per il mercato italiano.

Un altro elemento palese è il ridotto numero di player minimamente significativi in campo, ovvero con quantità esportate verso l’Italia superiori a 2 mila tonnellate.

Si evidenzia poi, a partire dalla metà dello scorso decennio, la presenza costante di prodotto turco e la ricomparsa nell’ultima campagna di flussi secondari provenienti dall’area dell’ex Unione Sovietica (Russia e Lituania).

Flussi significativi

Anche la mappa delle importazioni di cloruro di potassio, infine, mostra chiaramente la progressiva riduzione delle importazioni, scese da 428 mila a 268 mila tonnellate nell’arco di un decennio. Inoltre sembra evidenziare la presenza di una molteplicità di flussi significativi di importazione, ma di diversa portata. Tra essi se ne evidenziano quattro costantemente presenti. Il flusso di prodotto tedesco, favorito dalla breve distanza, era il secondo dieci anni fa, ha raggiunto la leadership a metà dello scorso decennio, aumentando la sua portata in un mercato già in contrazione e mantenendo la posizione anche nella campagna 2010/11 pur con flussi inferiori, ma ha perso ulteriore terreno nell’ultima campagna al punto che le quantità risultano quasi dimezzate rispetto al massimo raggiunto a metà del primo decennio del nuovo secolo.

Un secondo flusso storico rilevante è quello medio-orientale derivante da due componenti: quella israeliana, prioritaria e leader assoluta all’inizio del periodo considerato, ma in calo nel periodo più recente, e quella giordana, di portata costantemente pari a circa un terzo della precedente.

Il quarto flusso sempre presente è costituito dal prodotto spagnolo che, tuttavia, è quasi scomparso nel corso dell’ultima campagna, nella quale è risultato inferiore a 4 mila tonnellate.

Oltre alla presenza sporadica di alcuni player europei (Regno Unito, Francia e Irlanda), dalla mappa è possibile rilevare altri due flussi rilevanti: quello canadese e quello russo-bielorusso. Mentre il primo aveva un ruolo significativo, ma è progressivamente scomparso salvo riapparire parzialmente (9mila t) nell’ultima campagna, il secondo ha iniziato a presentarsi timidamente a metà dello scorso decennio, ma ha acquisito un’importanza primaria nelle ultime due campagne grazie soprattutto alla componente bielorussa caratterizzata da prezzi competitivi e dall’elevato grado di ossido di potassio presente nel prodotto (tab. 2).

Questo scenario è in realtà più semplice e più complesso al tempo stesso, derivando dalla competizione tra appena tre blocchi contrapposti: quello tedesco, quello russo-bielorusso e quello facente capo a Potash Corporation of Saskatchewan (PCS).

Il blocco russo-bielorusso, infatti, ha iniziato a presentarsi sul mercato italiano in corrispondenza con la formazione del cartello all’esportazione Belarusian Potash, creato appunto a metà dello scorso decennio e che concentra le esportazioni dei due maggiori gruppi mondiali: Uralkali e Belaruskali.

Il blocco facente capo a PCS, terzo produttore mondiale, è invece meno individuabile a prima vista, poiché consegue alle partecipazioni azionarie detenute dal gruppo canadese sia nella giordana ACP che nell’israeliana ICL, a sua volta proprietaria delle imprese inglesi e spagnole del comparto. L’abbandono del mercato italiano da parte del gruppo canadese sembra perciò inquadrarsi in una strategia di spartizione dei mercati con i partners medio-orientali.

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