Denominazioni in crisi di mezza età?

VINITALY
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Le Doc compiono 50 anni e i festeggiamenti iniziano al Vinitaly di Verona. La prima normativa di riferimento risale infatti al 1963, ma le prime denominazioni riconosciute sono state la Vernaccia di San Gimignano, l’Ischia e il Frascati nel 1966.

E per le prime Docg di peso si è dovuto aspettare fino al 1980 con il riconoscimento del Brunello di Montalcino del Barolo e del Vino Nobile di Montepulciano.

All’evento il ministero delle Politiche agricole ha dedicato un convegno “1963-2013: il vino, la memoria, il futuro”, mentre Coldiretti, assieme all’Associazione Città del vino, ha organizzati un incontro sul tema: “50 anni di qualità e bellezza nei territori”.

L’economia dei territori

«L’effetto – ha affermato il ministro Mario Catania – di Doc e Docg nella qualificazione dei nostri prodotti enologici e dei territori è evidente». «Dalle aziende vitivinicole – ha rilevato Sergio Marini, presidente della Coldiretti – sono nate opportunità di lavoro per un milione e duecentocinquantamila italiani nel 2012 (+3%). E oltre la metà (55%) dei posti di lavoro – ha precisato – nasce dalla produzione di vini a denominazione di origine». Ma a cambiare è stata l’intera economia dei territori come dimostra il fatto che, ad esempio, il valore di un ettaro di Frascati ha superato il valore di 150mila euro con un aumento di 35 volte rispetto al 3 marzo 1966 in cui è stata riconosciuta la Doc. Oggi però le denominazioni sono in piena evoluzione. La tendenza è infatti quella di semplificare, raggiungendo dimensioni regionali o interregionali. Il primo è stato il Prosecco, promosso da vitigno a denominazione, un esempio che altri produttori di bollicine vorrebbero seguire in altre zone d’Italia (ma oggi gli impianti di “Glera” sono in deciso calo, come ha denunciato Eugenio Sartori di Vcr). «La crescita in dimensione orizzontale – ha commentato Giancarlo Vettorello, direttore del Prosecco superiore di Conegliano-Valdobbiadene – deve essere accompagnata da una crescita qualitativa “verticale”».

La novità maggiore del Vinitaly è stata però l’esordio della nuova Doc Sicilia (che con 33mila ettari è la maggiore d’Italia) con l’esposizione dei primi bianchi (per i rossi si dovrà aspettare l’invecchiamento). Un esempio seguito dal Friuli-Venezia Giulia, che ha avviato l’iter per il riconoscimento della Doc regionale. «Così si perde il legame con il terroir – scrivono blogger di “peso”–, dimenticando quello che è un punto di forza delle denominazioni».

Ma si guadagna in riconoscibilità in mercati che sono sempre più lontani. Un progetto a cui i vitivinicoltori siciliani sembrano aderire con entusiasmo. «Il quantitativo regionale rivendicato a Doc – ha detto Antonio Rallo, presidente della nuova Doc – passa da una media di 170mila ettolitri degli anni scorsi agli oltre 500mila di quest’anno».

Il vigneto certificato Doc è però complessivamente in calo: è ormai un terzo del totale, ma l’ultimo censimento Istat ha rilevato perdite superiori a quelle complessive delle superfici vitate in Italia (-21% contro -6,4). E i rappresentanti della Gdo continuano a lamentarsi per il numero eccessivo di etichette e per la bassa rotazione sullo scaffale.

Tanto che nel consueto convegno organizzato da SymphonyIri è stata quest’anno organizzata una degustazione dei migliori vini con etichetta private label, per testimoniare la crescita della qualità. Il marchio del distributore assumerà più peso dell’origine?

«Oggi, a distanza di mezzo secolo – ha riconosciuto Giuseppe Martelli, direttore Assoenologi e presidente del Comitato nazionale vini –, il discorso sulla validità delle donominazioni è nuovamente aperto. Sta di fatto, comunque, che la linea europea di tutela della qualità poggia sul riconoscimento dell’origine e che, nonostante tutto, in Italia come in Francia, Germania e Spagna, le denominazioni rappresentano i vertici della classificazione e qualificazione dei vini».

Burocrazia e controlli

L’importante, secondo Martelli, è lavorare per perfezionare l’esistente che, tra l’altro, è stato condiviso nel suo palinsesto da tutte le organizzazioni di categoria, lasciando perdere gli individualismi tipici della nostra cultura che, purtroppo, è quella dei «mille campanili». Il numero delle denominazioni è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni (si veda in figura), e per evitare il fenomeno delle doc presenti solo sulla carta il presidente del Comitato vini pensa all’introduzione della clausola della presenza di almeno una rivendicazione di produzione ogni tre anni.

E una delle strade per migliorare il sistema delle denominazioni è quella della certificazione affidata a enti terzi, che dal 2012 è in vigore anche per i vini Igt: maggiori controlli che spesso cozzano contro la richiesta di meno burocrazia da parte delle aziende.

«Quello della semplificazione – ha concluso Catania – è un tema a cui non ci possiamo assolutamente sottrarre: la burocrazia è una nota dolente, ma se un buon sistema di controllo può essere gravoso, è comunque fondamentale per poter comunicare e vendere una qualità garantita».

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