Così il latte paga il prezzo
di una filiera disorganizzata

MERCATO
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Negli ultimi mesi la tensione mediatica legata alle vicende degli accordi sul del prezzo del latte alla stalla è stata molto elevata.

Infatti, l’accordo raggiunto, anche con il sostegno del ministro delle Politiche agricole e degli assessori delle Regioni dove si localizza la maggior parte delle stalle da latte italiane, ha in sostanza spaccato il fronte sindacale che si era presentato alle trattative. Da una parte, Confagricoltura e Cia che hanno firmato e, dall’altra, Coldiretti e Copagri che invece non lo hanno fatto. In ogni caso, le distanze relative alle richieste tra chi ha firmato e chi no, non erano assolutamente abissali, almeno in base alle dichiarazioni pre-firma dei leader sindacali.

L’accordo prevede, per il periodo agosto 2013-gennaio 2014, 420 €/1.000 litri di latte con un aumento di 20 € rispetto al periodo precedente.

Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando facciamo un passo indietro, cercando di spiegare meglio le caratteristiche di questa commoditie “anomala” che si chiama latte. È il principe degli alimenti deperibili, la sua vita commestibile si misura in ore se non viene adeguatamente trattato (non eseguibili in stalla) e non solo, la sua produzione non può essere interrotta; infatti le vacche fanno il latte tutti i giorni, Natale e capodanno compresi, durante tutto il periodo produttivo dell’animale. Questi aspetti strutturali rendono i produttori molto deboli sul mercato, non potendo stoccare in nessun modo il prodotto né modularne, a seconda delle esigenze di mercato, le quantità prodotte.

Lo spot non è per tutti

Un altro aspetto da tenere in considerazione, riguardo al mercato del latte, è l’esistenza di due mercati paralleli di questo prodotto. Il primo e il più diffuso, è legato ai contratti collettivi e no, che impegnano produttore e acquirente, in un rapporto di fornitura e ritiro a condizioni scritte, per periodi non inferiori a sei mesi ma normalmente di un anno.

Il secondo, è il cosiddetto “mercato spot” o libero mercato. Qui viene definito un prezzo attraverso meccanismi di borsa merci, dove la quotazione è libera di fluttuare a seconda delle perturbazioni del mercato stesso. La stalla molto difficilmente vi accede in quanto gli acquirenti comprano partite in blocco senza impegnarsi a un ritiro regolare. In altre parole, è estremamente pericoloso per la stalla accedervi per il rischio di avere giorni in cui la collocazione del prodotto risulta impossibile. A questo mercato accedono di solito i trasformatori che lo usano per gestire quantità in eccesso o ricercando quantità per coprire le esigenze al di fuori dei contratti (che di solito stipulano per garantirsi una base per le proprie produzioni).

Fatte queste premesse, sarà più facile comprendere le cause delle tensioni di questo periodo, la difficoltà della regolazione del mercato di quest’importante alimento e le soluzioni disponibili.

Nuova Zelanda-Cina solo una contingenza

Partendo dalle recenti tensioni nel mondo dei produttori di latte, i motivi sono legati a un’impennata a livello europeo del prezzo del latte spot a causa di un fatto contingente. Nel mese di aprile, in una fornitura di polvere di latte della Nuova Zelanda alla Cina, è stato individuato un inquinamento da botulino. Questo ha provocato il blocco delle importazioni da parte delle autorità cinesi. La Cina è il più grande acquirente mondiale di polvere di latte e il suo principale fornitore è la Nuova Zelanda, storicamente un grandissimo produttore di latte e della sua versione trasportabile che è la polvere di latte. Per cui, con la momentanea interruzione dei rapporti con il suo fornitore preferenziale la Cina, e a ruota altri paesi, hanno dovuto rivolgersi ad altri paesi come Germania e Francia, per trovare le partite necessarie a soddisfare le esigenze della loro enorme popolazione. Ecco perché il prezzo dello spot è schizzato a 510 € per 1.000 litri in poche settimane.

L’effetto di questa situazione fa sì che i trasformatori italiani, sia privati sia cooperativi, in questo momento rivendono le partite (che acquistano a contratto) sul mercato dello spot lucrando la differenza. E questo genera molta inquietudine da parte degli allevatori schiacciati da una situazione economica molto difficile come purtroppo è per tutti.

È di tutta evidenza che questa situazione non è destinata a durare, in quanto la Nuova Zelanda si sta muovendo rapidamente per tornare a garantire la sanità delle proprie produzioni e nel momento in cui il blocco cinese verrà rimosso, questo tornerà ad essere il mercato di riferimento in quanto banalmente il più vicino.

Questa situazione ha comunque per l’ennesima volta posto il problema della organizzazione di un mercato complicato come quello del latte. Mercato che vede un forte sbilanciamento dalla parte dei trasformatori per i motivi sopra indicati e anche per il fatto che questi ultimi sono pochi e i produttori sono tanti.

E proprio quest’ultimo fatto rappresenta il più grave problema. Infatti l’associazionismo e la concentrazione del prodotto sono sicuramente dei modi molto forti ed efficaci per mitigare questa situazione. Purtroppo questo aspetto viene poco compreso dal mondo allevatoriale. In Lombardia, ad esempio, dove si produce il 40% del latte nazionale, oltre il 40% degli allevatori non è legato a nessuna struttura associativa di concentrazione del prodotto. Gli effetti di questa situazione sono un potere contrattuale molto scarso. In termini generali, per un acquirente non c’è nulla di meglio che trattare con soggetti divisi e che a volte si fanno scorrettezze.

Allevatori “liberi”

È bene sapere che i più colpiti da questa situazione sono gli allevatori cosiddetti “liberi” esclusi da qualsiasi futura distribuzione di dividendi. Mentre quelli associati potranno godere in modo più o meno marcato dei vantaggi realizzati dalle loro strutture associative nel gestire in blocco le partite di prodotto. Se poi queste strutture si configurano come veri e propri trasformatori, i loro soci otterranno il massimo anche in momenti come quello attuale, avendo sempre e comunque il paracadute del prezzo di contratto e la certezza del ritiro.

Per quanto riguarda le soluzioni, ce ne sono alcune che a mio modo di vedere sono poco praticabili, come quella di calcolare un costo standard del litro latte, sul quale poi calcolare una remunerazione. Oltre all’oggettiva difficoltà di costruire questo valore, nel nostro Paese ci sono tipologie di stalla troppo diverse e le condizioni in cui operano sono anch’esse così variabili da rendere quasi impossibile la costruzione di un valore rappresentativo e reale. Inoltre, bisogna anche prendere in considerazione che il mercato di riferimento per i contratti di questo prodotto non è più solo nazionale, ma come minimo europeo. Se una soluzione come questa venisse adottata solo da noi, allontanerebbe dal nostro Paese, con il tempo, gli investimenti dei trasformatori che preferirebbero aree con prezzi di materia prima più competitivi.

Coinvolgere la gdo

In conclusione per affrontare seriamente la problematica della zootecnia da latte italiana, bisognerà moltiplicare gli sforzi per aggregare l’offerta dei produttori e rinforzare le strutture associative in modo da rendere più equilibrata la trattativa tra le parti in gioco. Coinvolgendo anche la grande distribuzione che è oggi il canale principale di vendita al dettaglio dei prodotti lattiero-caseari. Per questo le istituzioni dovranno porsi al fianco del mondo del latte, creando le condizioni e soprattutto le regole per un confronto leale, unica strada per salvare il mondo allevatoriale italiano è e deve essere considerato strategico per un paese importante e fittamente popolato come il nostro.


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