Cesio 137, non solo cinghiali

ALLARMI ALIMENTARI
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Le cattive notizie, si sa, non viaggiano mai da sole. A dare il via ai ripetuti allarmi alimentari scattati in questo frangente di 2013 ci ha pensato la vicenda della carne di cavallo spacciata come manzo e venduta in mezza Europa. Poi è arrivata l’offensiva della Cina sui prodotti occidentali, in primis i dolcetti dell’Ikea in cui erano state rilevate tracce di colibatteri. Di pochi giorni fa la scoperta di capesante contaminate al cadmio e rivendute sul mercato del pesce di Chioggia (Ve), che ha preceduto di qualche ora il ritrovamento di un topo morto in una confezione di fagiolini del gruppo Carrefour in Francia e l’insalata contenente tracce di veleno per topi, partita dall’azienda ‘Ortofrutticola La Trasparenza’ di Angri e venduta in Germania.

Questa la cronaca degli ultimi giorni. Per fare un po’ di chiarezza è bene ricordare che, tra il 2012 e il 2013, il sistema di allerta rapido europeo sulla sicurezza alimentare ha registrato 3.425 segnalazioni (da etichette false a presenza di mercurio o batteri nei cibi). Dall’inizio del 2013 ce ne sono state circa 750, in larga parte riconducibili al cavallo. Dunque i numeri non sembrano mostrare un’escalation di frodi, anche se non tutte le segnalazioni hanno uguale peso.

Di diverso tenore l’inquietante vicenda del cesio 137, pericoloso isotopo radiotttivo, di cui sono state trovate tracce fino a dieci volte la soglia prevista dai regolamenti nella lingua e nel diagramma di 27 cinghiali nella Valsesia (Piemonte). «La scoperta – spiega Giovanni Amore, responsabile del Dipartimento Radiazione dell’Arpa Piemonte – è emersa a seguito di indagini di routine effettuate dall’Istituto Zooprofilattico. Arpa Piemonte effettua con periodicità annuale analisi sia su matrici ambientali, quali aria, acqua, suoli, erba, foraggio, che su matrici alimentari, quali latte e derivati, funghi, carne bovina, selvaggina, alimenti per l’infanzia, uova ecc. Tali analisi vengono effettuate nell’ambito di reti di monitoraggio nazionali e regionali attivate dopo l’evento di Chernobyl allo scopo di valutare la dose da radiazioni ionizzanti ricevuta dalla popolazione anche a seguito del consumo di alimenti potenzialmente contenenti tracce di radioattività».

Tra le ipotesi formulate in questi giorni sulla scoperta dei cinghiali “radioattivi”, la più accreditata sembra proprio quella legata all’incidente del lontano 1986. «La presenza di Cs137 nei cinghiali – prosegue Amore – è attribuibile alla ricaduta radioattiva di questo radioisotopo nell’area della Valsesia, così come in altre aree geografiche del nord Italia, a seguito della nube radioattiva conseguente l’incidente di Chernobyl. Le concentrazioni di Cs137 rilevate fino ad ora in selvaggina non hanno mai superato i limiti indicati da regolamenti e raccomandazioni europee. Occorre precisare che le analisi finora condotte hanno riguardato solo il muscolo della selvaggina e non parti quali la lingua e il diaframma che sono poco o affatto edibili».

La questione non riguarda solo gli animali, di per sé spie della presenza di radioattività nel terreno. «La presenza di Cs137 è stata rilevata, in tracce, anche in altre tipologie di campioni quali latte, miele, succo di mirtillo e funghi. Le concentrazioni più elevate sono state rilevate in alcuni campioni di funghi delle specie Boletus edulis, porcino comune, e Xerocomu badus, specie poco pregiata e poco consumata».

È presto per capire quali ricadute avrà la scoperta. Intanto sono stati disposti controlli in tutta la Regione ed entro tre settimane si dovrebbe sapere se la contaminazione da Cesio è limitata alla sola Valsesia e ai soli cinghiali. L’Asl ha inoltre indetto una riunione con i cacciatori e messo a disposizione un numero (0161-593026) per chiarire i dubbi sul consumo di carne e altri alimenti.


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