Certificati di analisi, istruzioni per l’uso

CAMPAGNA CEREALI
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Tutto ciò che è individuato da sinonimi dev’essere valutato con attenzione.

Questo non solo perché ai sinonimi si accompagnano i contrari, ma soprattutto per non incorrere in fraintendimenti.

Con “certificato”, “referto” e ultimamente “rapporto di prova” si indica nella pratica un medesimo documento emesso da un laboratorio che riporta i risultati delle analisi effettuate su un campione.

L’argomento, probabilmente, diverrà presto di grande attualità in un “clima” di crescente preoccupazione per la qualità del raccolto dei grani ormai alle porte.

Come leggere e valutare questo “pezzo di carta”?

Innanzitutto guardate chi lo ha emesso: un laboratorio pubblico; un laboratorio privato; un laboratorio interno a un’organizzazione. I linguaggi possono cambiare così come le informazioni.

Validità delle prove

Cominciamo dall’alto. Dovremo trovare per prima cosa il numero e la data che individuano in modo univoco il documento. Poi alcune indicazioni sulla storia del campione: quando è stato prelevato, da chi, come è stato conservato, quando è stato consegnato al laboratorio e come. Sono tutti elementi importanti per la validità delle prove.

Se si tratta di campioni ufficiali o contrattuali, fondamentali saranno le annotazioni del laboratorio sulle chiusure del campione. Un campione aperto o con sigillo non opponibile in molti casi è inutile. Verrà senz’altro disconosciuto dalla controparte.

Le firme sui cartellini avvalorano, ad esempio, i dati di peso, i documenti di trasporto, gli estremi dei veicoli, le date di scarico e così via.

Il laboratorio solitamente descrive il contenitore. La tipologia di quest’ultimo è importante in funzione delle analisi richieste. Vi fidereste di un’analisi di umidità fatta in piena estate su di un campione confezionato in un sacchetto di tela? Meglio di no.

Capire i risultati

Passiamo alle analisi non senza alcune altre premesse.

Il laboratorio, solitamente, agisce su mandato del richiedente (cliente). Non decide cosa fare. Esegue una richiesta che gli è stata formalizzata. I risultati rappresentano quindi sempre una visione parziale dello stato totale del campione.

Il laboratorio analizza il campione. I risultati ottenuti sono riferiti solo al campione. La riferibilità alla partita di merce che si vuole valutare dipende da come è stato fatto il campione. Se il laboratorio, come spesso accade, non effettua il campionamento la presunzione di corrispondenza con il lotto campionato e dichiarato è un onere del committente. Con il campione inizia l’attività del laboratorio. Con il campione termina la responsabilità del laboratorio.

Il laboratorio conserva i campioni per un tempo definito solitamente scritto sul “certificato”. Sperare di ritrovare il campione dopo tale periodo (es. 30 gg) è solitamente un’illusione.

Il laboratorio conserva i dati “grezzi” e di registrazione delle analisi per un periodo di tempo definito anche questo e solitamente scritto sul “referto”. Voler far fare ricerche di archivio al laboratorio dopo tale periodo è – anche in questo caso – un’illusione.

Sul “referto” ci sono poi le analisi.

Il consiglio “zen” è non correre subito a leggere il risultato.

Leggiamo prima il tipo di analisi richiesta, il metodo utilizzato (metodi diversi, strumenti diversi per la ricerca dello stesso parametro non necessariamente danno lo stesso risultato. Come si dice: tutto dipende); l’unità di misura (%; mg/kg ppm; µg/kg ppb; kg/hl ecc …); il modo in cui il risultato è espresso s.s. (sul secco) o s.t.q. (sul tal quale); il limite di quantificazione (LQ) o di determinazione/rilevabilità (LR) che indicano il limite d’indagine a cui può spingersi il binomio metodo/strumento. Più potente è il “cannocchiale” più stelle riusciremo a vedere. Alcune normative, ad esempio sugli alimenti per animali – prevedono poi che i risultati debbano essere espressi “base” 12% di umidità indipendentemente dall’umidità del campione. Non valutare correttamente queste informazioni può portare a convinzioni spiacevoli.

Una volta fatto tutto questo abbiamo un numero. Il mitico risultato! Questo se l’analisi è quantitativa. Se no (qualitativa) dobbiamo accontentarci di un sostantivo: presente/assente o positivo/negativo.

Incertezza di misura

Con i numeri finiscono le opinioni? Non sempre.

Accanto al numero, ultimamente, viene sempre più spesso riportata l’incertezza di misura. E’ un concetto quasi filosofico. Nessuna misura è perfetta. Ogni misura è sempre affetta da un errore che va indicato. Quindi il risultato +/- qualcosa. Il bello è che ci possono essere più modi di calcolare l’incertezza di misura. Una sorta di incertezza dell’incertezza.

In presenza di termini di legge o anche di capitolati contrattuali, questo “qualcosa” può diventare determinante per valutare e giudicare la conformità o meno delle partite.

Infine, molte volte quando si parla di contaminanti, misurati in quantità infinitesimali, i “certificati di analisi” riportano anche la percentuale di recupero che indica la capacità teorica del metodo e dello strumento di “recuperare” la sostanza ricercata (l’analita si dice) dal campione.

Le “certificazioni”

Un discorso a parte meriterebbero poi le diverse menzioni a certificazioni, accreditamenti, approvazioni di cui gode il laboratorio e che trovano espressione grafica sul referto. Tanti “bollini”, loghi, scritte che completano un quadro già di per se abbastanza complesso.

Abbiamo esagerato? Fateci caso: i “certificati” di analisi sono spesso così fitti di scritte che i risultati non si vedono.

Molte cose sono “attaccate” al numero. Quando tutto sembra semplice il mazzo può ancora essere rimescolato. Occorre conoscere ogni carta per limitare il rischio di rimanere spiazzati.


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