Cereali, il vento che viene dall’Est

MERCATO
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Nell’arco di una manciata di anni sono diventati dei market makers, cioè coloro che stabiliscono il prezzo dei prodotti sul mercato. Da loro arriva quasi la metà – poco più di 5 milioni di t su 12,4 milioni totali – dei cereali che importiamo annualmente per rispondere alle esigenze produttive nazionali.

Stiamo parlando dei Paesi dell’Est Europa, una variegata e ancora poco conosciuta galassia di nazioni che sta condizionando sempre più il nostro mercato cerealicolo e al quale la Borsa Merci di Bologna e Terra e Vita dedicano il convegno “L’Est Europa e il mercato dei cereali” (v. box sotto).

«Bisogna partire dal presupposto che il mondo è cambiato – spiega Silvio Pellati, esperto di commercio internazionale di cereali – e anche il più piccolo spostamento che avviene dall’altro capo del pianeta ci influenza e ci riguarda. Basti pensare alla vicenda del latte in Nuova Zelanda, che ha fatto lievitare il prezzo del prodotto in tutto il mondo. Alla luce di questa considerazione è più facile comprendere come il mercato cerealicolo dell’Est, al pari di quanto avvenuto con la manifattura cinese, ci stia trasformando».

Gli artefici di questa rivoluzione sono 12 nazioni: tre giganti dell’ex Unione Sovietica (Ucraina, Russia, Kazakistan) e otto neo membri dell’Unione europea (Ungheria, Bulgaria, Romania, Slovenia, Croazia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia) ai quali va aggiunta la Serbia. «Queste nazioni – prosegue Pellati – pesano per il 25-30% sulle esportazioni mondiali di grano e per una percentuale di poco inferiore sul mais». Nella campagna 2013-14 il commercio internazionale di grano si è attestato su 154 milioni di t, di cui 35 milioni provenienti dal CSI; appena più ridotti i numeri del mais, con 110 milioni di t, di cui 21 milioni da CSI.

Ucraina, la più importante

Il più importante attore, sia sulla scena internazionale, sia per quanto riguarda i nostri approvvigionamenti, è l’Ucraina, in particolare la regione che si affaccia sul Mar Nero. Da lì giungono nei nostri porti 1,5 milioni di tonnellate di cereali e semioleosi. Segue a breve distanza l’Ungheria con 1,2 milioni di t. Al terzo posto la Russia, in particolare la zona tra il Volga, il Mar Nero e il Mar Caspio, con 713 mila t. Alle sue spalle la Bulgaria (557 mila t), la Romania (368 mila t), la Slovenia (206 mila), la Croazia (150 mila), la Slovacchia (120 mila). Più distanziati la Repubblica Ceca (73 mila), il Kazakistan (65 mila), la Serbia (60 mila). Praticamente ininfluente la Polonia (778).

Entrando nel dettaglio della tipologia delle materie prime importate, diventa ancora più evidente il peso specifico dell’Est sul nostro mercato: il 33,8% del grano, il 20,5% dell’orzo, il 65,5% del corn, il 97% della farina di girasole, l’80% dei semi di girasole, il 54% dei semi di soia arriva da queste 12 nazioni.

E il loro ruolo, secondo Pellati, è destinato a rafforzarsi. «La campagna 2013-14 è stata buona, come del resto in tutto l’emisfero Nord del pianeta, mentre da noi la produzione è stata al di sotto delle aspettative. Le importazioni, dunque, saliranno». Sul fronte dei prezzi, per Pellati, «c’è ben poco margine per cambiamenti. Le quotazioni – per il mais 180-185 €/t – sono stabilite dai macro attori».

Diventare competitivi

E se questa è una buona notizia per l’industria e per i consumatori, che possono usfruire di materia prima “a buon mercato”, non è detto che si debba trasformare in una condanna a morte per i nostri produttori: «L’agricoltura italiana deve e può diventare più competitiva, puntando sulla concentrazione, sulle economie di scala ed eventualmente su produzioni diverse, più di nicchia, a seconda dell’andamento delle campagne».

Inoltre, sottolinea, la rivoluzione dell’Est ha già innescato cambiamenti positivi: «Basti pensare alla zootecnia del Meridione. Una volta l’allevatore di Foggia doveva rifornirsi sulle piazze del Nord. Oggi queste merci arrivano in Puglia e addirittura in Sardegna come arrivano in Emilia-Romagna o nel Veneto».

Qualità? Contano i numeri

Per quanto riguarda la qualità dei prodotti, per Pellati, non sussistono problemi: «La merce viene importata in Italia da 4-5 multinazionali che operano nel settore. Ci sono accordi, contratti, garanzie, controlli».

Soglie contrattuali più basse

Per Andrea Villani, direttore della Borsa Merci di Bologna, «le valutazioni di tipo quantitativo non devono esimerci da approfondimenti sulla qualità della merce. Ne va della sicurezza, ma anche del mercato». Secondo il direttore, negli ultimi due anni i Paesi dell’Est non sono stati immuni da problemi di contaminazione da micotossine, anche se in maniera non generalizzata. «È comunque chiaro che gli operatori esteri che esportano nell’Ue devono rispettare le normative comunitarie e spesso devono attenersi a soglie contrattuali molto più basse di quelle stabilite per legge».

A tutti questi aspetti è dedicato il convegno che si svolgerà a dicembre: «Vogliamo cercare, in modo sintetico, di scattare una fotografia quanto più completa di un mercato che sta acquisendo sempre maggiore importanza e che sta influenzando il nostro».

Per questo sono previsti approfondimenti sui controlli – modalità, frequenza, logica – sulle condizioni contrattuali, sulle criticità logistiche, ma anche sul settore zootecnico, «al fine di comprendere quali sono le esigenze dell’industria e come possono venire soddisfatte dal mercato dell’Est Europa».

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