Biogas, la chimera dei bonus

«Il luglio 2012 è stato “l’11 settembre del biogas”. Da allora infatti è cambiato il mondo con il passaggio dalla tariffa omnicomprensiva a quella base integrata da bonus premianti».

Stigmatizza così gli effetti del “decreto rinnovabili” Angelo Frascarelli dell’Università di Perugia, intervenuto al convegno organizzato da Terra e Vita – Gruppo 24 Ore alla fiera Key Energy di Rimini.

I bonus poi, che sembravano l’uovo di Colombo poiché avrebbero consentito di mantenere a un livello accettabile gli incentivi, si sono rivelati «quasi totalmente inapplicabili sia perché mancano le procedure attuative sia perché non convengono affatto» prosegue Frascarelli. E allora l’imprenditore può solo accontentarsi della tariffa base e «cercare di impostare il proprio progetto in maniera da ottenere una redditività che, seppur molto contenuta rispetto agli anni scorsi, mantenga la sostenibilità economica». «Oggi l’impianto deve essere piccolo (entro i 300 kW), grande deve essere l’allevamento per fornire una massa sufficiente di effluenti, mentre gli impianti da 1 MW sono insostenibili».

Anche per Sofia Mannelli, presidente di Chimica verde bionet «i bonus sono inutili, se non sono utilizzabili» e sono figli di un decreto che «vede solo fino al 2015, troppo poco lontano per impostare una qualunque strategia imprenditoriale. L’inapplicabilità dei bonus deriva dal fatto che il legislatore ha richiesto soluzioni tecnologiche non ancora attuabili, perché premature, e ha introdotto regole farraginose in un sistema già poco chiaro, con l’effetto immediato di rendere sempre più difficile la vita dell’agricoltore alle prese con le varie pubbliche amministrazioni regionali e locali».

Così se «la politica voleva premiare l’autoconsumo di calore, ma senza la tecnologia adeguata, il premio per la cogenerazione ad alto rendimento non può essere applicato per vari motivi: sotto il MW raramente si lavora in condizioni di alto rendimento; più del 30% del calore cogenerato è utilizzato nella digestione anaerobica; gli impianti sono distanti dai punti di utilizzo del calore».

Stesso destino per il premio per il recupero dell’N. «Sebbene il meccanismo del bonus sia positivo – sottolinea Marco Pezzaglia direttore del Cib – perché muove verso un processo di virtuosità, le condizioni richieste per la rimozione e il recupero dell’N sono impossibili da realizzare e manca la procedura semplificata del Mipaaf per la loro verifica; è evidente che senza misure applicative è difficile che l’industria investa per risolvere problemi tecnologici».

Grandi sono le aspettative del settore per quello che è definito “il premio del futuro” cioè per chi produrrà biometano da immettere in rete. «Il decreto specifico, firmato il 6 novembre dal ministro dello Sviluppo economico e in attesa della firma dell’Agricoltura e dell’Ambiente, prevede infatti per i nuovi impianti la produzione esclusiva di biometano e la possibilità per le aziende agricole di aprire, come già avviene in Germania, una pompa di biometano» fa sapere Mannelli che aggiunge: «novità in tema di semplificazione autorizzative potrebbero derivare anche dal cosiddetto “Decreto bioraffinerie”, firmato il 10 ottobre scorso, poiché esso prevede che una volta approvata una tipologia di impianto in una regione divenga automatica l’autorizzazione nelle altre».

Altra questione ancora aperta che richiede un intervento normativo “urgente” e chiarificatore è quella del digestato come rifiuto o sottoprodotto, una vera ricchezza prodotta dall’agricoltura non ancora valorizzata. Dal mondo della ricerca è arrivata l’esortazione di Fabrizio Adani del Gruppo Ricicla dell’Università di Milano che ha presentato la proposta di criteri tecnici, elaborata insieme a Regione Lombardia, per sostituire completamente l’azoto di sintesi con l’N contenuto nel digestato: «Svegliatevi mondo del biogas! Senza più rincorrere l’incentivo, ma piuttosto fate sapere all’opinione pubblica che producete usando fertilizzanti naturali che non inquinano!».

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