Agricoltura inquinata made in China

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Inquinamento ambientale e alimentare in Cina sono un segreto di Stato, quindi tutti i dati che troverete in questo o altri articoli, pubblicati all’esterno del gigante asiatico, sono frutto di stime indipendenti o deduzioni. Già questa premessa dà una prima idea della gravità del problema.

Morire di polveri sottili

Ciò non significa che non sia noto alle autorità, che di fatto lo confermano indirettamente. Recentemente, ad esempio, il vice-ministro all’ambiente Wu Xiaoqing ha dovuto ammettere che il 95% delle grandi città, monitorate in un programma di riduzione dell’inquinamento, ha mancato clamorosamente tutti gli obiettivi prefissati nel 2013.

Statistiche non ufficiali hanno stimato nel 2010 ben 1,2 milioni di morti per inquinamento ambientale e alimentare. Nel 2012, solo due anni più tardi, pare che la stima sia già salita a 1,6 milioni, ma molti osservatori indipendenti ritengono tali valori ampiamente sottovalutati.

Non è difficile da credere: basti pensare che a gennaio di quest’anno la concentrazione di polveri sottili nell’aria delle principali metropoli cinesi ha superato di oltre 40 volte il limite massimo fissato dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Secondo altre fonti oltre il 60% delle fabbriche viola in maniera clamorosa le leggi anti-inquinamento ed è responsabile del 16-18% dell’inquinamento planetario.

Non è nemmeno un segreto facile da occultare, visto che ormai la Cina ha cominciato anche a esportarlo. Le “nubi tossiche” che si innalzano da città, centrali a carbone, acciaierie, cementifici, impianti chimici e meccanici, raggiungono facilmente anche i Paesi vicini del Sud Est asiatico, quali il Giappone, ma anche l’incontaminata Siberia.

Non solo: in pochi giorni tali nubi sono talmente dense e imponenti da poter attraversare l’intero Oceano Pacifico e atterrare sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Nei giorni in cui i venti sono più forti, il 5% di ossido di carbonio, ozono e solfati, che si depositano in California, provengono dalla lontana Cina. Nel 2013 le “polveri cinesi” sono state rilevate persino nello spazio.

L’inquinamento cinese non ci riguarda però solo per gli effetti, ma anche per le cause: un quinto del carbone bruciato a scopi energetici e un quarto del monossido di carbonio prodotto dipendono da merci che vengono esportate in Occidente. Quindi è un problema che ci tocca da vicino, anche se si origina a 10.000 km dall’Europa.

Scandali alimentari

In Cina le conseguenze dell’inquinamento smisurato e fuori controllo non sono solo le città ammorbate permanentemente dallo smog, che riduce la visibilità peggio di un nebbione padano, o costringe milioni di persone a girare tutto il giorno con mascherine sulla bocca.

Anche l’agricoltura ne risente pesantemente. E non solo in termini di scandali alimentari che sono filtrati all’esterno scioccando l’opinione pubblica mondiale, oltre che cinese: come il latte per bambini adulterato con melanina, per incrementare il tenore di N, che serve a stimare la % proteica, e quindi ad alzare il prezzo per pura speculazione; o l’olio di scolo recuperato dalle fognature e venduto come olio da cucina; o la carne di ratto spacciata per montone e così via.

È stato calcolato recentemente che l’inquinamento dell’aria ha pesanti conseguenze anche sulla produttività agricola. Le polveri sottili, che generano lo smog, filtrano la radiazione solare e si depositano anche su colture e serre. Esperti cinesi e occidentali hanno stimato che l’effetto è una riduzione minima dell’efficienza fotosintetica del 20%. In un Paese che ha circa 1,5 miliardi di persone da sfamare ciò ha pesantissime conseguenze sulla sicurezza alimentare e pure effetti imponenti sul Prodotto interno lordo, che vale miliardi di euro. C’è molto di cui riflettere.

In un test molto semplice in una serra-vivaio cinese, semi di pomodoro che in Europa producono una piantina idonea al trapianto in 30-40 giorni, hanno impiegato più di 2 mesi per raggiungere la stessa taglia.

Due milioni di ettari di serre solari

Che l’inquinamento raggiunga direttamente o indirettamente anche le serre cinesi è sicuramente un grosso problema, in quanto è il settore agricolo dove i “numeri cinesi” sono ancora più impressionanti.

Al momento si stima un patrimonio serricolo di circa 2 milioni di ettari di serre, ovvero 10 volte la consistenza di Paesi come l’Italia, la Spagna o la Turchia, leader nel settore. Ancora niente, tuttavia, in rapporto al trend di sviluppo atteso. Le autorità centrali hanno pianificato di aggiungere entro il 2020 la cifra astronomica di altri 1,5-1,7 milioni di ettari di serre. Equivale a moltiplicare la Piana di Almeria per 25 volte in soli 10 anni!

Eppure è quello che già sta succedendo all’orticoltura protetta cinese. Attualmente è concentrata soprattutto nelle province di Henan – Hebei – Shandong, veri e propri “hub” orticoli della dimensione dell’intero nostro Paese, ma i ciclopici programmi governativi la faranno debordare anno dopo anno verso le province limitrofe, fino a ricoprire completamente di serre aree del calibro della nostra Pianura Padana.

Il modello cinese di “serra solare” è un ulteriore esempio di come le scelte di sviluppo agricolo dei cinesi possano influenzare facilmente il destino dell’intero pianeta. Si tratta, infatti, di una struttura totalmente passiva, che non fa uso di energie fossili per il suo riscaldamento. La struttura di copertura, in materiale plastico, è sostenuta da uno spesso muro orientato a Sud, che accumula di giorno il calore del sole, per poi cederlo alle colture, a mo’ di radiatore, durante la notte. Per ridurre le dispersioni termiche, ogni sera viene srotolata sulla serra una copertura in materiale coibentante, costituita in genere da paglie o canne intrecciate (e ovviamente al mattino viene riavvolta).

È evidente che nei periodi più freddi la tenuta della copertura coibentante non è sufficiente a garantire una crescita regolare delle colture, né a impedire talvolta danni irreversibili, ma vi immaginate che effetto avrebbero sulle scorte di petrolio mondiali 1,5 milioni di ettari di serre riscaldate a gasolio?

La “serra solare” appare quindi come una scelta quasi obbligata, all’interno dei “numeri” e del sistema economico e sociale cinese, ma anch’essa non è scevra di “effetti collaterali”. Per poter funzionare efficacemente, infatti, è necessario che le strutture, tutte orientate a Sud, non si ombreggino a vicenda, soprattutto d’inverno quando il sole è basso sull’orizzonte. Perché ciò avvenga è necessario inframmezzare una superficie incolta tra una serra e l’altra, pari alla superficie coperta.

Modello cercasi

Conclusione: è vero, le nuove serre previste non richiederanno energie fossili per il riscaldamento, ma consumeranno 2 milioni di ettari di terreno agricolo per poter funzionare, in un Paese già in carenza cronica di terreni agricoli. È chiaro che è aperto e molto serrato il dibattito tra specialisti, non solo cinesi, per cercare un modello di serra passiva più efficiente di quello attuale. Attualmente gli agronomi cinesi stanno studiando con molto interesse il “sistema parral” tipico di Almeria.

È veramente preoccupante pensare che l’inquinamento possa azzoppare per il 20% l’efficienza di un investimento così straordinario.

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