Alce Nero: il biologico di marca con gli ortofrutticoli Brio

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Intervista a Lucio Cavazzoni, fondatore e direttore del Gruppo Alce Nero di Bologna

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D. Come si fa a diventare aziende leader nel biologico, come ha fatto Alce Nero (idee, capacità strategie, passione, fede, capitali per investimento, managerialità, ecc.)?
R. Ci vuole determinazione e chiarezza nel progetto. I progetti, come i prodotti, bisogna sentirli. Diventano una parte di noi. Vedere oltre l’agricoltura fossile (che è quella dei pesticidi, erbicidi e fertilizzanti che vengono dal petrolio), praticare una agricoltura che è ambiente, salute, equilibrio, relazione e cibo buono sono motivi che danno senso alla vita.

D. Si può conquistare un mercato da soli produttori od occorre l’intera gestione di filiera?
R. Bisogna non averla, non controllarla, ma essere la filiera per avere soddisfazione del proprio lavoro, che poi è il proprio contributo ad una società sostenibile. Poiché non si può fare tutto, la capacità di cooperare è fondamentale, come quella di ispirare e portare visioni nuove.

D. Per avere successo occorre allargare la diversificazione dei prodotti alimentari, ortaggi, frutta, specialità varie, esotismi, ecc.?
R. Certo, è l’insieme che oggi può avere successo. Poiché significa offrire un servizio più completo. L’agricoltore moderno deve avere nel suo orizzonte il fruitore finale dei suoi prodotti, più che un banco anonimo del supermercato. Può anche essere un supermercato, ma con la firma e la faccia dell’agricoltore.

D. È indispensabile o necessaria, quindi, una disponibilità territoriale molto diversificata?
R. Non obbligatoriamente: ma il territorio deve essere rappresentato. I prodotti sono messaggeri di chi li fa e della terra da cui provengono. I prodotti senza storia non hanno futuro.
D. Nella Sua esperienza di produttore, come ha fatto a superare il rischio di ottenere un prodotto biologico di qualità inferiore allo standard e ad un costo superiore? Come ha trovato i controlli della certificazione (onerosi, fastidiosi, utili anche per l’azienda)?
R. Purtroppo vi è molta certificazione che fa carta anziché sostanza. Dobbiamo superare questo livello di certificazione, troppo aleatorio.

D. È convinto che la produzione biologica debba essere introdotta solo in aree altamente vocate (vedi melo in Val Venosta) o si può fare ovunque, anche in mezzo ad aziende convenzionali?
R. Il biologico è il futuro dell’agricoltura e di un ambiente sostenibile. Il passato è l’agricoltura fossile. Si deve lavorare in questa direzione se vogliamo un ambiente fertile e bio-diversificato. Il resto è dittatura senza colori.

D. Ha particolari predilezioni per una specie od un’altra, nel caso delle colture frutticole, in base alle sue esperienze?
R. Quelle elettive di un certo territorio: microclima, terreno, sapienza contadina, cultivar sono gli ingredienti di un prodotto sempre diverso, a prescindere dalla specie.
D. Ritiene che nelle colture biologiche ci siano in generale maggiori possibilità di inserimento della trasformazione industriale rispetto al fresco?
R. Il biologico è destinato a crescere con la consapevolezza che il cibo può fare bene e male, non solo nutre.
D. Quali possibilità ci sono di esportazione dei prodotti biologici in confronto ai prodotti tradizionali?
R. Alte, poiché il biologico parla a tutti. Poi perché no un tradizionale bio? Anzi, certo!

D. La qualità del prodotto è così importante per il consumatore e quanto questi è disposto a spendere di più?
R. Il cibo vero costa di più, il cibo che non pesa sull’ambiente e calcola tutti i costi della sua produzione. Vi è molto cibo che sottrae fertilità, lascia una scia di veleni dietro di se, dentro di se, i cui costi verranno pagati in futuro. A volte da altri. Il biologico paga tutto e tutti. Il biologico è equilibrio. ■