Alberto Palliotti: “High e low innovation, le due facce del vigneto Italia”

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Un gap da recuperare con un uso intelligente dei fondi Psr e ocm

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La viticoltura è il comparto agricolo con il più elevato tasso di innovazione? Certamente sì, se si considera quanto hanno influito, negli ultimi anni, l’impulso della competitività internazionale, la propensione alla sostenibilità ambientale (è l’unico comparto ad applicare modelli di verifica dell’impronta idrica e del carbonio, altrove fuori controllo) e la necessità di contrastare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici.

 

Esigenze che hanno portato all’adozione, ad esempio, di nuovi sistemi di monitoraggio del vigore, degli stress biotici e ambientali, della produzione e della qualità, utili per ottimizzare gli schemi produttivi, ridurre l’impatto ambientale e individuare situazioni di inefficienza.

Oppure all’automazione con macchine comandate a distanza e/o ai robot di ultima generazione per potature, trattamenti, gestione di chioma e infestanti, per arrivare a tecnologie ecocompatibili, quali irroratrici a tunnel con recupero e riutilizzo dei fitofarmaci fuori bersaglio, spandiconcime e atomizzatori a rateo variabile, macchine diserbanti a vapore acqueo, fino ai software user-friendly, ovvero di facile utilizzo, tipo sistemi di supporto alle decisioni tecniche (DSSs) da prendere nel vigneto durante la gestione.Sfortunatamente però tali innovazioni non sono alla portata di tutti. Alcune hanno stimolato la costituzione di forme strutturate di associazionismo che riuniscono medie e grandi aziende vitivinicole attorno a protocolli di alta sostenibilità, magari certificati.

 

Rimangono però ancora escluse troppe aziende viticole, migliaia di ettari di vigneto italiano a basso grado di meccanizzazione e informatizzazione. Una doppia velocità che può risultare un vero fattore critico per la competitività del vino italiano su mercati sempre più delocalizzati, dove conta, certo, l’originalità, ma soprattutto gli adeguati volumi e la profondità di gamma. Tanto che oggi, in molti angoli del vigneto Italia, la necessità di “aggiornamento professionale costante” è più che mai sentita. Emerge in sostanza la consapevolezza che il viticoltore odierno necessita di un’alta professionalità, indipendentemente dalla dimensione dell’azienda.

 

Ma chi si occupa oggi? Di recente sia le Università che gli altri enti di ricerca stanno implementando protocolli di trasferibilità dei propri risultati per soddisfare la cosiddetta “terza missione” che concerne la valorizzazione economica delle conoscenze con l’obiettivo di favorire la crescita economica. Rientra in tale ambito anche la ricerca “conto terzi”, quella finanziata direttamente dalle aziende, molto sviluppata all’estero e pochissimo invece finora nel nostro paese. Un’azione che può essere strategica per la formazione di tecnici moderni, con una professionalità che, almeno in campo vitivinicolo, deve essere considerata idonea solo se consente di mettere in atto misure di

–   prevenzione: pianificare i nuovi assetti della viticoltura del terzo millennio anche attraverso la ridistribuzione geografica della coltivazione della vite in funzione delle disponibilità climatiche

–   adattamento: riconsiderare alcuni aspetti tecnici in fase di progettazione degli impianti, quali collocazione dei vitigni in funzione delle capacità di adattamento/elusione agli stress sia biotici che abiotici, impiego dei nuovi vitigni resistenti, sistemi di allevamento, portinnesti, densità di impianto

–   mitigazione: applicazione di tecniche colturali idonee a tamponare gli effetti negativi delle modifiche del clima in atto in numerosi areali viticoli.

L’aspettativa è che con l’attuazione delle specifiche misure del Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020, del Programma Nazionale di Sostegno del Settore Vino e di altri bandi si possano utilizzare le risorse disponibili in modo sinergico e colmare la distanza tra queste due facce contrastanti del vigneto Italia.

di Alberto Palliotti

Università degli Studi di Perugia

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