Addio per sempre al conto energia Il futuro è nell’autoconsumo

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L’Autorità per l’energia elettrica e il gas (Aeeg) ha emanato la delibera n. 250/2013/R/efr che indica nel 6 luglio scorso la data di raggiungimento della soglia di 6,7 miliardi di euro del costo indicativo cumulato annuo degli incentivi per lo sviluppo degli impianti fotovoltaici (FV).

È questa la conseguenza logica del decreto interministeriale del 5 luglio 2012, che stabiliva che il V Conto energia sarebbe terminato il trentesimo giorno solare dal raggiungimento della soglia, e del comunicato stampa del Gse del 6 giugno 2013 che comunicava che il contatore FV presente sul suo sito aveva raggiunto il valore di costo indicativo cumulato annuo degli incentivi di 6 miliardi e 700 milioni di euro. Finisce pertanto un’era molto importante per lo sviluppo del FV in Italia, che è stata però caratterizzata da una serie di eventi che ne hanno falsato uno sviluppo regolare.

La data del 6 luglio 2013 chiude un percorso laborioso e irto gli ostacoli iniziato il 13 novembre 2001 con l’audizione della Confindustria presso la Commissione X della Camera dei Deputati relativa all’indagine conoscitiva sulla situazione e le prospettive del settore energetico, nella quale per la prima volta era auspicato un intervento del Parlamento per l’adozione di sistemi incentivanti per lo sviluppo della produzione di energia elettrica da fonte solare FV, seguito dall’approvazione del Dlgs. 387/2003, che, recependo la Direttiva europea 2001/77/CE del 29 ottobre 2001 per la promozione delle fonti rinnovabili nella generazione di energia elettrica, introduceva con l’articolo 7 un meccanismo d’incentivazione per la produzione da fonte solare FV che garantisse “un’equa remunerazione dei costi d’investimento e di esercizio”, e terminato il 5 agosto 2005 con l’approvazione del Dm. Attività produttive, che definiva i criteri per tale sistema di incentivazione, comunemente identificato come “Primo Conto energia”.

Al termine del Conto energia (tab. 1) saranno stati installati in Italia 531.242 impianti FV per una potenza complessiva di 18.217 MW, dei quali 4.779 per una potenza complessiva di 1.136 MW e un costo indicativo annuo di 94 milioni di euro sono iscritti nei Registri in posizione utile ma non ancora entrati in esercizio.

Una potenza installata di 18 GW è sicuramente un risultato eccezionale e nettamente superiore alle attese degli operatori quando nel lontano 2005 si iniziò a parlare di impianti FV. Allora si considerava un obiettivo molto ambizioso l’installazione di più di 10 GW.

Purtroppo questo risultato esaltante è stato condizionato in maniera determinante da una serie di errori e di interventi a “gamba tesa” che ne hanno modificato una crescita regolare e non traumatica. Nessuno degli attori del FV italiano può dirsi esente da questa responsabilità:

a) gli operatori italiani che hanno sempre spinto per tariffe più elevate, che permettevano di ottenere ritorni sugli investimenti comparabili a quelli di bond speculativi, nonostante l’Epia, l’organizzazione europea del FV, avesse già lanciato l’allarme per il livello delle tariffe italiane fin dal 2005;

b) le associazioni di categoria che hanno privilegiato la loro autonomia e, invece di fare sistema, hanno presentato alle autorità governative proposte fra loro contrastanti e in qualche caso per soddisfare gli interessi di alcuni soci hanno spinto i mega impianti costruiti in aree sottratte alle coltivazioni agricole;

c) gli investitori spagnoli e tedeschi, seguiti velocemente da quelli italiani, che hanno sfruttato il livello delle tariffe italiane creando bolle speculative e turbative del mercato;

d) i vari Governi che hanno modificato le tariffe all’ultimo momento per venir incontro alle esigenze di qualche potere forte (I e IV CE);

e) il Parlamento che approvando il decreto Salva Alcoa ha favorito operatori che non avevano tutti i titoli per ottenere le tariffe incentivanti creando un boom del Terzo CE con un aggravio dei costi annuali di circa 250 milioni euro.

Ci si può chiedere a questo punto quale sarà lo sviluppo del FV in Italia senza tariffe incentivanti. Il ridotto costo unitario degli impianti FV (passato dagli 8 €/watt del 2005 ai 3 €/watt del 2013), che dovrebbe favorire il raggiungimento della grid parity specialmente nelle aree geografiche più assolate dell’Italia, e alcuni provvedimenti legislativi recentemente approvati dovrebbero permettere di continuare in un contesto senza incentivi statali.

Il recente Dlgs. relativo ai bonus per la ristrutturazione degli immobili ha infatti prorogato i termini per le detrazioni fiscali (percentuale di detrazione fiscale pari al 50% per gli impianti FV installati fino al 31/12/2013 con un limite di spesa pari a 96.000 €). Spariranno sicuramente le operazioni speculative e il mercato si concentrerà su impianti installati su tetti residenziali, commerciale e industriali di edifici che consumeranno direttamente la maggior parte dell’energia elettrica prodotta. Si tornerà quindi allo sviluppo ideale concepito agli albori del FV in Italia: la produzione di energia elettrica da consumare in loco.

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