A PASTATREND. Tavola rotonda sulla filiera del grano duro

Dal frumento duro alla pasta troppi rischi per la filiera
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Il grano duro è una coltura “rischiosa”, abbastanza “problematica” e assai “poco diffusa”. È il quadro proposto da Paolo Cabrini, vicepresidente della sezione grano duro Italmopa, in apertura della tavola rotonda sulla filiera del grano duro, organizzata nell’ambito della prima edizione del salone Pasta Trend di Bologna.

Negli ultimi anni il comparto cerealicolo e in particolare il settore del grano duro hanno subito una costante evoluzione in termini di produzione e commercializzazione come hanno direttamente testimoniato gli ospiti italiani ed esteri.

Tra i fattori di rischio produttivo del grano duro Cabrini ha ricordato la variabilità climatica
, con pesanti ripercussioni sui volumi e sulla qualità-salubrità del prodotto, e la concentrazione della produzione mondiale in limitate aree spesso non irrigue e pertanto vulnerabili a periodici momenti di siccità; sul fronte problematicità e scarsa diffusione è stata sottolineata la crescente volatilità delle quotazioni con i picchi del 2004 e 2008, e la perdita di trasparenza dei prezzi dovuta essenzialmente al calo dei volumi legati all’andamento delle borse merci (Ager Bologna, Granaria di Milano, Foggia) a favore di scambi “diretti” tra le parti, definiti in privato e quindi in regime di massima riservatezza.

Cosa fare per gestire il rischio? Cosa è necessario per sostenere la produzione di pasta e quindi del grano duro?

Il panorama produttivo italiano è stato dipinto come una struttura che sente il peso degli anni e che per continuare a produrre “qualità” necessita di nuovi investimenti e di garanzie soprattutto a livello dei prezzi alla produzione. Il vicepresidente del Cai (Consorzi agrari d’Italia) Pietro Pagliuca e il presidente della Op Cereali Emilia Romagna Raimondo Ricci Bittisi sono soffermati sulla rilevanza della rete commerciale offerta da consorzi e cooperative, ma anche sul fatto che non è possibile competere oggi con le stesse strutture costruite a metà del secolo scorso.

Le esigenze di segregazione ed omogeneizzazione dei lotti commerciali, oltre alla richiesta di servizi (stoccaggio e conservazione) e certificazione (per ottemperare ai vincoli di salubrità) impongono una pronta risposta che dovrà essere condivisa, non solo a parole, anche dal Governo.

Il sistema Italia vede oggi un buon livello di organizzazione dell’offerta al Centro-Nord ove il 50% della produzione è canalizzata e “valorizzata” a livello di consorzi e cooperative; differente lo scenario al Sud ove solo una parte marginale della produzione è gestita a livello aggregato.

Sul fronte delle produzione e dei prezzi la politica comunitaria (disaccoppiamento e riduzione dei dazi) impone una più ampia riflessione su come garantire i volumi
(gli ettari si spostano a Nord ove la competizione “sui costi” tra colture è più marcata) e il reddito alla produzione.

GARANZIE DI REDDITO

Qui le opinioni concordano nel riconoscere che l’aumento delle superfici al Nord è fattore strutturale e che l’aiuto ad ettaro dovrà essere presto sostituito da altre forme di “garanzia del reddito” a salvaguardia dell’economicità di produrre grano. Ben vengano accordi di filiera, contratti di coltivazione o i future, ma senza perdere di vista il fatto che senza “garanzia” di profitto la coltivazione di grano duro potrebbe ulteriormente contrarsi con rischi anche per l’industria (che sarebbe più dipendente dal grano estero).

Il rapporto tra agricoltore, centro di stoccaggio e industria dovrà essere ridefinito assieme, con massima coscienza, che uniti e collaborando si può vincere, l’individualità ed i giochi di parte porterebbero all’inevitabile declino; vigoroso anche il parere contro il “conto deposito”, che impedendo ai detentori (Coop, Cap, stoccatori) di commercializzare liberamente il grano quando il mercato lo richiede, ancorchè a definirne il prezzo, da anni spinge la domanda italiana a preferire le origini estere ove queste “incertezze” non esistono.

Se l’Italia piange, l’Europa non ride. Il responsabile di France Agrimer Xavir Roussellin ha delineato uno scenario ove si conferma anche a livello comunitario, il progressivo calo delle superfici. La perdita dell’aiuto per le aree “non tradizionali” e l’introduzione del disaccoppiamento hanno portato alla sostituzione del grano duro con altre colture più redditizie a livello di €/ha. La produzione europea è andata calando negli ultimi 5 anni alla pari dell’incidenza percentuale a livello mondiale.

MEDITERRANEO AVANTI

Al contrario, nel bacino del Mediterraneo, la produzione è tendenzialmente in aumento (nonostante l’elevato rischio climatico in Nord Africa) come conseguenza della politica di sviluppo del settore molitorio nei paesi del Magreb. Non a caso oggi un buon 80% degli scambi mondiali di grano duro avviene nel bacino del Mediterraneo.

Il mercato del grano duro nei paesi nordafricani è stato delineato da Kamel Belkhria dell’organismo tunisino Cma. Tra le peculiarità del sistema vi è il diretto coinvolgimento commerciale del Governo negli scambi con i paesi esportatori e la graduale privatizzazione del settore molitorio che oggi detiene in toto l’esportazione di prodotti (cous-cous, pasta…). La produzione nel Magreb da anni è oggetto di ricerca per selezionare nuove varietà che possano ridurre il devastante effetto del clima “siccitoso” sulle produzioni che oscillano da un anno all’altro del 60% e impongono elevate importazioni (il Magreb importa mediamente 3-5 mio di t/anno) da anni attorno al 50% dei loro consumi.

EXPORT DAL MESSICO
Passando ai paesi esportatori, Homero Melis-Cota presidente della messicana Aoass, ha sottolineato la forte crescita della produzione di grano duro nell’ultimo decennio che è passata da 1,3 mio t/anno a 1,9 mio t/anno con un’esportazione in media sui 1,2 mio t/anno. Il sistema di coltivazione, per il 99% irriguo grazie a un’efficiente sistema di dighe a monte, è garanzia di volumi per l’agricoltore e la formazione del prezzo è abbastanza “certa”, basandosi sul future di maggio sulla piazza di Chicago (Cbot) più un premio di circa 9 $/t.

L’esponente messicano ha indicato nell’aggregazione dei produttori (Aoass ha circa 3.800 soci agricoltori che coltivano 360.000 ettari producendo 0,5 mio t di grano duro) uno dei punti di eccellenza del Messico, mentre non si è potuto dire lo stesso dal punto di vista della salubrità. Infatti è dal 1996 che è aperto il capitolo fitosanitario della Tilletia indica mitra (o Karnal Bunt) che “de facto” ne limita gran parte dell’esportazione a paesi tolleranti: Algeria, Libia e Perù; solo l’area produttiva più a Nord (Baja California), certificata “libera dal KB”, può essere esportata verso l’Europa.

“COMPRARE TERRA”
Tom Desmet responsabile commerciale grano duro dell’americana Chs Inc. si è invece concentrato sul sistema nordamericano ove l’agricoltore ha molte alternative colturali (clima e territori) e chi opera, come lui, nel commercio del grano deve spesso assicurarsi i volumi “comprando la terra”, ossia garantendo all’agricoltore il livello di reddito massimo per quell’area. Il come è presto detto: coprendo la posizione (acquisto o vendita) sui mercati a termine delle colture antagoniste (in Dakota il duro si compra pagando un premio sul future del tenero primaverile… il tutto fissato alle quotazioni al momento della semina!).

In aggiunta a questa garanzia di prezzo, un ruolo di assoluto rilievo lo giocano il Governo americano e la domanda mondiale. È recentissima la decisione del Governo Usa di aumentare il prezzo garantito all’agricoltore per il raccolto 2010 del 35% a circa 230 $/t, mentre da mesi è chiaro l’effetto della perdita d’interesse italiana nel fare coltivare il grano duro in Arizona: le superfici sono crollate del 50%; altro esempio il sensibile calo dei prezzi del grano duro canadese e, per riflesso mondiale, con l’immediata conseguenza che gran parte del grano duro 2010 del Messico andrà per uso zootecnico.

Quanto detto a ribadire che, a livello internazionale, non esistono sentimentalismi e quello che per noi rappresenta lo “strategico” frumento è trattato alla pari delle altre commodity.
 


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